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Fabilia
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Racconto breve, Fantasy, Italiano, 37 pagine
Editore: Renato Mite, Italia 24/11/2013
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Paragrafo 1

Paragrafo 2

Paragrafo 3

Paragrafo 4

Paragrafo 5

Paragrafo 6

Paragrafo 7

Paragrafo 8

Paragrafo 9

Paragrafo 10

Paragrafo 11

Paragrafo 12

Paragrafo 13

Renato Mite

Fabilia

Tutti i diritti sull'opera "Fabilia" appartengono all'autore Renato Mastrulli.


Questa storia è frutto dell'ingegno dell'autore.



Immagine in copertina © Renato Mastrulli



1

Garel il pastore guardava a oriente, lì dove si stagliava Sterminia ovvero il regno di Sterm, signore della guerra. I vessili neri del castello strattonati dal vento impetuoso bastavano da soli a ricordare i micidiali fendenti del suo esercito tanto temuto in tutte le terre conosciute. Sebbene il castello fosse così lontano da apparire minuscolo, Garel era rincuorato dal pensiero che fra poco sarebbe tornato a Fabilia.

Il belato di una delle pecore richiamò il suo sguardo sul gregge che aveva condotto al pascolo e fu allora che si accorse del vecchio che saliva da sud.

Il vecchio procedeva lento, sorreggendosi con un lungo bastone nodoso. Indossava una veste del colore della notte con il cappuccio abbassato sulle spalle e portava a tracolla una borsa logora. Quando giunse in cima, sedette sulla grande roccia non molto distante dal gregge, ormai fredda e nera, che era stata proiettata incandescente dalle viscere della terra anni addietro. Adagiò il bastone contro la roccia e trasse un otre dalla sua borsa. Cominciò a bere ma in breve tempo constatò che la sua riserva d'acqua era terminata e così parve anche al pastore che si avvicinò porgendo il suo otre. Il vecchio accettò l'offerta con un mezzo sorriso sbilenco ed il pastore poté osservare il viso solcato dal tempo, i capelli e le folte sopracciglia imbiancati dalla canizie, l'occhio sinistro leggermente strabico.

«Grazie.» Disse il vecchio una volta dissetato.

«Prego.» Disse il pastore riponendo l'otre. «Il mio nome è Garel.»

«Il mio è Cradarc.»

«Cosa ti porta qui, Cradarc?»

«Sono in cerca di una nuova dimora. Sterm ha conquistato il mio paese, si è preso le mie terre e la mia casa e mi ha incarcerato.»

«Come hai fatto a scappare?»

«Con l'ausilio delle mie arti magiche.»

«Sei un mago?» Chiese Garel indietreggiando intimorito.

«Sì, ma non temere. Sono così vecchio che ricordo solo qualche stratagemma e senza di quelli sarei ancora incatenato.»

«Da quanto tempo sei in viaggio?»

«Due lune. A proposito, il tuo paese è molto lontano?»

«No, Fabilia è a sole cinque giornate di cammino.» Disse additando le terre ad occidente. «Puoi venire con noi.»

«Fabilia?»

«Sì, Fabil è il nostro Re. Lui ti assicurerà una nuova dimora.»

«Quando tornerai al paese?»

«Fra poco, mio figlio sta già radunando le pecore sull'altro versante.»

E proprio in quel momento, fece capolino un gruppo di pecore seguite da Nellim, suo figlio.

Il pastore raggiunse il ragazzo e lo aiutò a condurre le bestie fino al gregge più numeroso. Nel frattempo, Cradarc raccolse alcune erbe nate alla base della grande roccia su cui si era seduto.

2

Cradarc, Garel e suo figlio erano in viaggio da tre giorni quando all'imbrunire il cielo si rannuvolò e le nuvole scatenarono la tempesta. Un fulmine si abbatté davanti al gregge spaventando le pecore che fuggirono in mille direzioni. Garel bloccò alcune bestie da un lato mentre Nellim, nel tentativo di impedire la fuga ad un piccolo gruppo di pecore, scivolò sull'erba bagnata dalla pioggia. Le pecore che si erano trovate di fronte il ragazzo che cadeva, cambiarono direzione diffondendo l'agitazione. Garel dovette inseguire alcune pecore e Nellim, di nuovo in piedi, fu costretto a braccare un altro gruppo. Per quanto i due pastori si sforzassero, non riuscivano a calmare le bestie che si disperdevano e quando capitavano nei pressi di Cradarc, la sua figura incappucciata percossa dalla pioggia fitta e greve le spaventava ancora di più.

Ad un tratto, un altro fulmine aprì un varco nel cielo buio e si fiondò repentino verso Nellim. Cradarc allungò verso il fulmine la mano che non reggeva il bastone e gridò: «Acte! No movenza in mia mano, abde, abde

Il fulmine si immobilizzò nell'etere a qualche spanna sopra la testa di Nellim che riaprì gli occhi appena si rese conto che il fulmine non l'aveva raggiunto.

«Grazie!» Urlò Garel dal lato opposto per superare lo scroscio della pioggia e la distanza che li divideva.

Cradarc non rispose, ma proiettò il braccio verso la montagna isolata dove il fulmine si infranse.

Garel, ancora gridando, si rivolse di nuovo al mago: «Per favore, ferma le nostre pecore!»

«Senza pozioni non posso controllare gli esseri viventi.»

«Non c'è niente che puoi fare?» Fece Garel.

«Non puoi far comparire uno steccato alle nostre spalle?» Disse Nellim. «Sarà più facile radunare le pecore!»

«Posso fare qualcosa di simile. Spingete il gregge verso di me, farò emergere la roccia dietro di voi.»

I due pastori corsero uno incontro all'altro per accerchiare il gregge e convogliarlo nella direzione voluta. Mentre Garel e Nellim badavano alle bestie impedendo la retrovia, Cradarc distese entrambe le braccia dinanzi a sé e, facendo ondeggiare il bastone da una parte all'altra, ripeté diverse volte “Humus domina, Humus Domus. Humus domina, Humus Domus” finché di colpo urlò “Supra!” sollevando le braccia al cielo. In quel medesimo istante, si creò una faglia nel terreno e la roccia dietro il gregge si innalzò per un paio di piedi.

A quel punto, Nellim propose di sbarrare la strada anche a destra e sinistra. Allora Cradarc si adoperò ancora e alla stessa maniera creò una palizzata di roccia su entrambi i lati. Le pecore si appressarono in un angolo lontano da Cradarc il quale si trovava nel mezzo dell'unica via libera.

Garel suggerì di fermarsi lì per la notte, quindi Cradarc conficcò il suo bastone nel centro del recinto e gli conferì la capacità di respingere i fulmini mentre Garel e suo figlio si preparavano a fare i turni per vegliare il bestiame.

3

Nei giorni successivi, il viaggio procedette senza problemi ed i tre arrivarono dunque presso le mura che circondavano Fabilia senza aver perso una sola pecora.

Davanti al grande portone, alcune guardie dell'esercito reale sorvegliavano l'ingresso e riconobbero subito Garel, suo figlio ed il gregge ma interrogarono il pastore circa l'uomo che li accompagnava.

«Lui è Cradarc, un mago, e chiede asilo... grazie a lui abbiamo potuto riportare il gregge a casa.»

«Garel, ti stai facendo rubare il lavoro, eh?» Disse il capo delle guardie sorridendo.

«No, Ideogg, mi servivano un altro paio di braccia o qualcuno che potesse contrastare la furia della pioggia.»

«Beh, non importa come il mago ti ha aiutato, solo il Re può permettergli di restare a Fabilia, dovremo scortarlo al castello.»

«Vorrei venire con voi,» disse Garel, «Fabil vorrà certamente ascoltare la mia storia.»

Ideogg parve pensarci su, poi acconsentì. Garel allora affidò il gregge a Nellim affinché lo riconducesse nei loro campi.

Furono preparati quattro cavalli: uno per Garel, uno per Cradarc, un altro per la guardia che avrebbe condotto il cavallo del mago tenendolo per i finimenti, e l'ultimo per una seconda guardia.

Ideogg aiutò Cradarc a montare in groppa al cavallo, il mago ringraziò con il suo sorriso sbilenco ed un cenno del capo mentre recuperava la sua borsa dalla guardia che l'aveva frugata ed ora gliela porgeva.

«Sono capace di cavalcare.» Disse Cradarc quando vide la guardia a cavallo impadronirsi delle redini del suo cavallo.

«Non ne dubito,» disse Ideogg porgendogli il bastone, «ma i nostri cavalli sanno essere molto irrequieti. Pensi solo a godersi la cavalcata.»

I quattro uomini si distaccarono dal corpo di guardia di Ideogg con andatura leggera ed in breve tempo raggiunsero il castello reale dove furono accolti da Etaron, il consigliere del Re, che li condusse nella sala del trono non appena gli esposero i fatti.

La sala del trono era adornata con i drappi più preziosi su cui spiccava lo stemma di Fabilia – un cavallo bianco sormontato da una corona a tre punte – e la luce si spargeva dappertutto attraverso le ampie bifore rivolte a levante. Re Fabil sedeva sul trono intagliato e finemente intarsiato da due mastri artigiani del regno.

Etaron si mise alla destra del trono e riferì al Re il motivo della presenza di Garel e del vecchio affiancato dalle guardie.

«Allora Cradarc,» cominciò il Re, «che genere di mago sei?»

«Cosa intendete chiedermi, Sire?»

«Voglio sapere che tipo di magie sei in grado di fare.»

«Oh, Sire, posso trasformare la materia, comandare gli oggetti, respingere i lampi del cielo e... e... tante altre cose se solo ricordassi le formule o le pozioni.»

«Puoi influenzare gli uomini?»

«Sire, non nascondo che diverse pozioni possono piegare anche il più tenace degli uomini alla mia volontà ma queste cose ormai appartengono al passato.»

«Perché?»

«Perché la mia memoria non è buona ed i volumi in cui raccoglievo le mie conoscenze sono stati rubati dall'esercito di Sterm quando ha invaso il mio paese.»

«Sterm può avvalersi delle arti magiche?» Chiese Etaron.

«No, consigliere. Usavo un linguaggio tutto mio in quegli scritti.»

«Cosa ti è successo?» Chiese il Re.

«Mi hanno incarcerato perché mi sono rifiutato di combattere al loro fianco impiegando le arti magiche e per giorni hanno cercato di farmi rivelare il segreto dei miei volumi finché non sono fuggito.»

«E come?»

«Dopo averci tanto pensato, sono riuscito a ricordare la formula per tramutarmi in un insetto volante e così durante la notte ho volato attraverso le sbarre della cella. Arrivato a quella che era stata casa mia, ho ripreso le mie sembianze, ho raccolto in questa borsa ciò che era sopravvissuto alla razzia dell'esercito e nottetempo sono uscito dal paese attraverso passaggi e cunicoli segreti.»

«Garel,» disse Etaron, «hai detto che Cradarc saliva sul tuo versante da sud, giusto?»

«Sì.»

«Cradarc, come si chiama il tuo paese?»

«Asterium.»

«Sire,» disse Etaron, «credo che due lune fa i nostri mercanti dovessero trovarsi proprio da quelle parti. Dobbiamo spedire un drappello a ricuperarli.»

In quel momento il Re si volse agli astanti e, prima di congedarli, diede istruzioni affinché Cradarc fosse condotto in una delle sale da pranzo e fosse rifocillato. Avrebbe valutato la sua richiesta di asilo più tardi.

Appena il Re fu solo con il consigliere, lo guardò sorridendo e disse: «I nostri mercanti erano diretti a nord, Etaron. Che cosa vuoi dirmi?»

«Sire, mi sono permesso di interrompere la sua disamina perché so quanto la affascinano le arti magiche e quanto vorrebbe annoverare un mago nella sua corte, perciò non posso non rammentarle che un mago può costituire un pericolo per i sudditi ed il regno intero.»

«Ti ricordo che ha salvato il gregge di Garel e suo figlio.»

«Oh, Sire, sapete bene che il lupo sa vestirsi da agnello. Le consiglio di accertarsi della buona fede di Cradarc prima di metterlo al vostro fianco.»

«Non preoccuparti, al mio fianco c'è posto solo per il consigliere.»

«Sire, non mi preoccupo ma lei ha due fianchi come tutti.»

«Sì, ma l'altro è guardato a vista dalla regina.» I due risero, poi il Re riprese: «Allora, Etaron, cosa suggerisci?»

«Suggerisco di concedergli un alloggio tale che le guardie possano vigilarlo senza insospettirlo. Se si dimostrerà affidabile, potrà invitarlo alla sua tavola altrimenti dovrà estrometterlo dal regno.»

«Ci sono delle stanze inutilizzate fra le cucine ed il magazzino delle derrate amministrato da Pavil. Dirò a Pavil di mettere un'altra guardia a piantonare il magazzino con il compito invece di osservare il mago.»

4

Diversi giorni erano passati da quando Cradarc era entrato per la prima volta nel suo alloggio e ora, come ogni mattina, ne usciva diretto in paese. Consultava una pergamena e non si accorse di Pavil che, a sua volta, sopraggiungeva leggendo una delle liste dei rifornimenti necessari. I due si scontrarono. Pavil si scusò per la fretta, aveva dimenticato di interpellare i cuochi prima di avviarsi all'approvvigionamento.

«Non fa niente, buon uomo.» Disse Cradarc ripiegando la sua pergamena. «Non pensavo dovesse cercare alla mattina gli ingredienti per il pranzo.»

«No, fra tre giorni cade il compleanno del Re.» Disse Pavil e si abbassò a raccogliere le sue liste. «I cuochi si sfidano a preparare il manicaretto più prelibato e a me tocca cercare loro gli ingredienti.»

«Fortuna che le nostre pergamene non si sono mischiate.» Disse il mago. «Un pranzo a base di saliva di dragone o starnuto di pipistrello sarebbe tutt'altro che prelibato.»

«Le credo sulla parola. Anche lei va a fare rifornimento?»

«Già.»

«Allora può farci compagnia, se vuole.»

«Grazie, ma gli ingredienti utili a contrastare Sterm non si trovano nel vostro mercato. Dovrò spingermi ai quattro angoli del regno per trovarli.»

«Buona fortuna.» Disse Pavil allontanandosi.

Quando Pavil uscì dalla stalla in groppa al suo cavallo nero, trovò ad aspettarlo Etaron. Il consigliere, in groppa al suo cavallo dal manto avorio, accompagnava sempre il dispensiere durante i suoi acquisti, non perché a questi occorresse consiglio ma perché col tempo i due uomini erano diventati buoni amici e ad Etaron non dispiaceva visitare i mercanti e gli agricoltori.

Raggiunsero il mercato e Pavil cominciò a girovagare fra le bancarelle mentre Etaron si fermò davanti al carretto di Acher, uno dei mercanti del regno rientrato appena qualche giorno prima.

«Ehi, Acher, non ho mai visto il tuo carretto così vuoto.» Disse smontando da cavallo. «Hai già venduto tutto?»

«Magari. Le terre a nord sono per la maggior parte ancora inesplorate e c'è poco traffico. Le merci di lì sono alquanto bizzarre e tutti i mercanti che ho incontrato hanno pensato bene come me di non barattarle con le proprie. Alla fine abbiamo mercanteggiato fra noi e questo è il risultato. Pensi che un giorno potremo tornare a sud?»

«Il Re ha inviato un ambasciatore a ciascuno dei regni vicini, con la loro collaborazione potremo sconfiggere Sterm. Che notizie porti dal tuo viaggio?»

«Alcuni dei mercanti con cui ho trattato provenivano da sud e non torneranno a casa. Si troveranno un nuovo alloggio da qualche parte o si spingeranno ancora a nord per esplorare nuove terre. C'è persino chi pensa di riuscire a costruire il proprio regno.»

«Sai niente di un paese chiamato Asterium?»

«Ne ho sentito parlare, sembra che sia una delle ultime conquiste di Sterm.»

«E cosa si dice a proposito?»

«Le solite cose.»

«Niente di particolare?»

«No, perché?»

«Curiosità.» Disse Etaron.

In quel momento, Pavil si riavvicinò al carretto.

«Hai finito di svuotare il mercato?» Gli chiese Etaron.

«Ancora una cosa. Ehi, Acher, hai per caso della radice di zenzero?»

«Spiacente.»

«Torno subito.» Disse Pavil rivolto ad Etaron. «Fammi dare istruzioni per la consegna a castello, riprendo il cavallo e possiamo andare.»

Pavil si allontanò per ritornare poco dopo pronto a ripartire.

Salutarono Acher, rimontarono a cavallo e si diressero verso i campi di Garel.

Lì trovarono Nellim intento a liberare le colture dalle erbacce.

«Buongiorno signori.»

«Buongiorno Nellim.» Disse Etaron.

«Buongiorno.» Disse Pavil. «Non vedo tuo padre, dov'è?»

«È nel recinto delle pecore dall'altra parte della fattoria.»

Pavil si congedò per raggiungere Garel. Etaron rimase con Nellim che ne approfittò per riposarsi un poco.

«Allora, Nellim, la coltivazione procede bene?»

«Il terreno è generoso, ma le piogge di questa stagione rischiano di rovinare tutto. Sono così intense che l'acqua ristagna troppo.»

In quel momento una figura scura sbucò da una collinetta ai margini del campo e seguendo la linea di confine si allontanava camminando piano e sorreggendosi con un lungo bastone.

«È Cradarc quello?» Chiese Etaron.

«Sì,» disse Nellim, «mio padre gli ha permesso di attraversare i campi lungo il confine. Va in lungo e in largo per cercare i suoi ingredienti.»

«Sta preparando qualcosa?»

«No, dice che li raccoglie per quando serviranno. Si mormora che voglia fare buona impressione sul Re, che voglia addirittura aiutarlo a sconfiggere Sterm. Intanto mio padre pensa di chiedergli di fermare le piogge, ma non mi piacerebbe tenerlo sempre fra i piedi ad agitare il suo bastone.»

«Ha salvato te e il gregge o sbaglio?»

«Non sbagli, ma mette paura a me come alle pecore.»

«Comunque, per risolvere il problema delle piogge potreste chiedere a Tadis il fabbro di costruirvi dei canali di scolo e delle vasche di contenimento.»

5

Cradarc rientrò nelle sue stanze e con l'ausilio di pochi versi creò uno scudo magico che impediva ai suoni di uscire dal suo alloggio.

Prese da uno degli scaffali l'ampolla che conteneva l'infuso di ortica e muschio di roccia lavica e si diresse al banco dove giaceva, fra le altre cose, una conchiglia riempita con terra arsa dal sole. Versò alcune gocce del liquido verdastro nella conchiglia mentre pronunciava questa formula: «Specie commettitura, aere favella. Specie commettitura, aere favella. Abde, abde

In pochi istanti la terra si innalzò nell'aria creando una nube che raffigurava il volto di Sterm, signore della guerra.

«Finalmente vedo all'opera questa polvere tua.» Disse la nube.

«Oh, Signore, questa gente non è così fiduciosa. Un paio di uomini del Re mi badano ancora, ma ciò che diciamo non possono sentire.»

«Hai operato un'altra delle tue magie?»

«Era l'unico modo.»

«Quando opererai la magia che mi interessa?»

«Presto, giusto il tempo di completare tutto e allora rivedrà il mio volto nubeloso librarsi dalla conchiglia che vi ho donata.»

«Ci conto, Cradarc, ci conto. Non farmi pentire d'averti risparmiato le carceri e quindi la morte.»

«Non ve ne pentirete, mio Signore. Ricordate di versare nella conchiglia cinque gocce dell'infuso che vi ho lasciato dopo che la terra vi cadrà dentro e state pur certo che la prossima volta che vedrete la mia nube, dovrete mettervi in marcia verso Fabilia.»

«Fa' in fretta.»

«Farò prima che posso.»

In quel momento bussarono alla porta.

«Devo andare.» Disse Cradarc e con un gesto della mano libera fece precipitare la nube all'interno della conchiglia.

Si diresse alla porta e prima di aprire pronunciò la formula per disfare lo scudo magico altrimenti il suo visitatore avrebbe visto la sua bocca muoversi ma non avrebbe udito alcunché.

Cradac si trovò dinanzi uno dei servitori del Re che gli porgeva una pergamena.

«Cos'è?» Disse prendendo la pergamena.

«È un invito per la festa del Re.»

«Grazie.»

Mentre il servitore si congedava, Cradarc spinse la porta e cominciò a leggere l'invito ma all'improvviso il servitore si ricordò delle ulteriori istruzioni, bloccò la porta che si stava richiudendo e fece per riaprirla. Colto di sorpresa, il mago trasalì, l'ampolla gli scivolò di mano e si infranse al suolo spargendo il suo contenuto. Il servitore si scusò, insistette per ripulire e chiese ad uno dei piantoni del magazzino di fronte di procurargli uno straccio.

«Stavo dimenticando una cosa.» Riprese il servitore. «Il Re vuole che lei prepari qualche artifizio per divertire gli invitati e tutti i sudditi che si raccoglieranno nella piazza centrale.»

Il piantone portò uno straccio al servitore, il quale cominciò a raccogliere i frammenti dell'ampolla e ad assorbire l'infuso.

«Riferisca al Re che non lo deluderò.» Disse Cradarc appena il servitore si fu rialzato e lo guardò allontanarsi. «Lo straccio ed i vetri vanno bruciati», soggiunse prima che il servitore svoltasse l'angolo, «e non respiratene i fumi.»

Cradarc richiuse la porta e sorrise per il panico apparso sul volto del servitore, ma l'essersi preso gioco di lui non cambiava il fatto che doveva procurarsi altro muschio di roccia lavica se voleva comunicare con Sterm.

6

Mentre a castello si ultimavano gli ultimi preparativi per la festa del Re che si sarebbe svolta quella sera, Cradarc tornava al suo alloggio dopo aver raggiunto le mura a nord del regno per cospargervi la sua miscela di lacrime di coccodrillo, starnuto di pipistrello e saliva di dragone.

Sedette allo scrittoio e segnò sulla mappa che raffigurava il perimetro del regno i punti dove aveva cosparso la sua miscela. Si diresse poi al pentolone con cui aveva preparato la miscela e adagiò sul fondo la pergamena che si impregnò del residuo. Fece cadere alcuni pizzichi di sale su tutta la mappa e prese a recitare:


Mistura adultera l'aere.
Spira adultera aere, spira.
Spira e tutt'intorno gira.
Avvolgi questi abitanti,
inspira nel loro ventre oscuro
e tira fuori il raziocinio puro.
Alimenta sfiducie e dubbi immanenti,
consapevolezza e invidie opprimenti,
incrementa insicurezze e paure altrimenti.
Spira adultera aere, spira.
Spira e tutt'intorno gira.
Abde, abde!


Pronunciate le ultime parole, il sale esplose fuori dal pentolone e si dissolse.

Cradarc corse alla finestra e poté scorgere giusto in tempo il fugace tremolio che percorse il cielo sopra Fabilia simile al tremolio che si può osservare nell'aria sopra un falò.

C'erano voluti diversi giorni per cospargere le mura del regno con la sua miscela e pochi istanti per fare l'incantesimo, ora non restava che aspettarne gli effetti e dal momento che non aveva avuto tempo di creare gli artifizi richiesti dal Re, si mise subito al lavoro. Non aveva alcun interesse a compiacere il Re, quanto invece a tenere lontano da sé qualsiasi sospetto, specie nei giorni avvenire durante i quali avrebbe dovuto trovare un modo per procurarsi il muschio che gli serviva per parlare con Sterm. Sarebbero stati giorni difficili che avrebbero spinto il regno di Fabilia in un baratro profondo in cui lui era costretto a vivere finché non fosse riuscito a chiamare il signore della guerra.

La pazienza, però, non era una delle doti di cui si componeva la tempra di Sterm, il quale aveva già inviato alcune truppe alla volta del regno per poter intervenire il più rapidamente possibile una volta che il mago gli avesse comunicato la buona riuscita del suo incantesimo.

7

Non mancò molto che una delle sentinelle appostate sulle mura di Fabilia avvistasse una delle truppe di Sterm in avvicinamento. Richiamò l'attenzione di due commilitoni che stavano di ronda ed anche questi riconobbero nei finimenti purpurei dei loro cavalli i soldati del signore della guerra.

«Siamo fregati.» Disse uno dei commilitoni.

«Non ci posso credere.» Disse l'altro. «Se vengono verso di noi, vuol dire che stanno attuando un piano di attacco.»

«Per questo siamo fregati. Sembra che a Fabilia nessuno si divertirà oggi.»

«Io avviso Ideogg.» Disse la sentinella e corse via.

Prima che la notizia arrivasse al loro comandante, tutte le guardie assegnate alla cinta muraria sapevano di avere il destino segnato cosicché Ideogg fu raggiunto da una ressa di uomini che chiedevano più armi, armature più forti o il congedo. Qualcuno minacciava la diserzione mentre altri l'avevano messa in pratica e si dirigevano a casa dai propri cari.

«Basta! Zitti!» Urlò Ideogg. «Ditemi cosa sta succedendo.»

«Gli uomini di Sterm vengono ad attaccarci.» Disse la sentinella che aveva avvistato il nemico.

«Questo non ci voleva.» Disse Ideogg. «Andate subito a dar manforte ai reparti di difesa.»

«Reparti di difesa? Non esistono più reparti di difesa.» Disse uno dei soldati. «Nessuno di noi è in grado di difendersi da Sterm.»

«Moriremo tutti.» Disse un altro.

«Allora morirete da uomini!» Sbottò Ideogg. «Perirete combattendo.»

Si rivolse alla sentinella e gli ordinò di recarsi a palazzo per avvisare il Re e dirgli che appena ricostituiti i reparti di difesa l'avrebbe raggiunto per studiare una strategia d'azione.

La sentinella si avviò lasciando Ideogg a dirimere l'ammutinamento generale. Lungo il tragitto vide alcuni dei disertori che, raccolte le loro cose, si apprestavano a fuggire dal regno con la famiglia al seguito, altri si barricavano in casa in attesa che l'assedio finisse per poi ricominciare a vivere sotto il vessillo di Sterm. Nella piazza centrale erano stati preparati i palchetti per gli attori e tutto l'occorrente per i festeggiamenti, ma la notizia correva più veloce del suo cavallo: non c'erano giullari, non c'erano attori, non c'erano spettatori. La desolazione era tale che la guerra sembrava fosse appena finita senza lasciare superstiti ed invece doveva ancora cominciare.

Quando giunse a castello sembrava tutto normale ma bastò lasciare il cavallo allo stalliere per capire che la notizia era arrivata sin lì.

«In quanti sono?» Chiese lo stalliere.

«Non lo sappiamo per certo.»

Attraversando le stanze del castello, la sentinella si accorse che i diretti servitori del Re erano tutti tesi perché avrebbero voluto fuggire lontano ma abbandonare il sovrano avrebbe solo anticipato le loro disgrazie. Bussò alla porta della sala del trono ed entrò anche se fra il brusio che si udiva non distinse alcun invito ad entrare. Re Fabil sedeva sul trono, il consigliere Etaron, Pavil e gli altri ministri erano riuniti al cospetto del monarca per discutere della situazione. Una delle guardie sotto il comando del dispensiere era al fianco del Re per proteggerlo da eventuali attacchi. Alla vista del nuovo arrivato, la discussione si interruppe.

«Finalmente qualcuno che ne sa più di noi.» Disse il Re. «Vieni avanti e dicci cosa succede.»

La sentinella raggiunse il centro della sala e si guardò intorno prima di aprir bocca.

«Sire... gli uomini di Sterm si avvicinano da oriente. Sembra che stiano attuando un piano di attacco.»

«Cosa ve lo fa pensare?» Chiese Etaron.

«La truppa che abbiamo avvistato è in assetto di guerra.»

«Siete sicuri?» Chiese il Re.

«Sì, purtroppo. Ideogg mi manda a dire che sarà qui appena possibile per definire una strategia di azione.»

«Che cosa sta facendo Ideogg?»

«Ehm, Sire... non so come dirglielo...»

«Allora!?»

«Sta riorganizzando i reparti di difesa.»

«E perché mai?»

«Beh, nessuno si sente all'altezza di contrastare Sterm.»

«Se loro non sono all'altezza, noi siamo per certo senza speranza.» Disse uno dei ministri.

«Sono stati sempre uomini valorosi, questa truppa deve essere davvero minacciosa.» Disse un altro ministro stringendo fra le mani il fazzoletto con cui non smetteva di asciugarsi il sudore dalla fronte.

«Glielo posso assicurare.» Disse la sentinella. «L'ho avvistata io.»

«Se sono uomini valorosi,» disse un terzo ministro, «vuol dire che non abbiamo l'armamentario necessario.»

«O che abbiamo sempre avuto uomini codardi nel profondo.» Disse Etaron e si portò le mani alla bocca. Lui stesso non credeva a quello che aveva detto e scorse sul volto delle due guardie presenti il loro risentimento.

«Questo potrebbe essere...» cominciò un ministro che finora aveva taciuto.

«Basta!» Disse Re Fabil. «Sembriamo tutti impazziti. Etaron, cosa consigli?»

«Oh, Sire, non chiedetemelo. Dopo quello che ho detto, credo di essere l'ultima persona a dover parlare.»

I ministri cominciarono a parlottare ed il Re li fece smettere con una sola occhiataccia.

«Etaron,» riprese il Re, «se hai detto quello che hai detto è solo perché qualcuno doveva pur dirlo. Se vogliamo appurare la faccenda, non possiamo tralasciare nulla. Dunque, cos'altro va detto?»

«Sire, sono convinto che le mura di cinta siano solide come lo sono sempre state e quindi il problema sta negli uomini di guardia che...»

«Io conosco i nostri soldati,» disse Pavil, «ed uno dei miei è ancora qui a proteggere il Re. Vogliamo parlare degli ordini che ricevono?»

«Mi creda,» disse la sentinella, «non mi è stato ordinato di avere la strizza e pure ce l'ho.»

«Vede, ministro Pavil,» riprese Etaron, «le è stato appena provato quello che stavo ipotizzando, ovvero: qualcosa ha fiaccato i nostri uomini.»

«E cosa?» Chiese il ministro interrotto dal Re poco prima.

«Non saprei,» disse il consigliere, «penso però che non sia opera degli uomini di Sterm. Sono troppo lontani per averci fatto questo. Qualcosa sulle nostre terre deve essere degenerata.»

«Non dirmi che è colpa del cibo.» Disse Pavil molto risentito.

«Mangiamo tutti lo stesso cibo. Se fosse colpa sua, saremmo tutti fiacchi.»

«Infatti.» Disse Pavil.

«I mercanti potrebbero aver portato qualche frutto nocivo.» Disse il ministro del tesoro.

«È da escludere.» Si affrettò a dire Etaron. «I mercanti recatisi a nord hanno preferito barattare merci conosciute con altri mercanti perché le merci locali gli apparivano bizzarre.»

«Potrebbe essere un sortilegio?» Chiese Re Fabil.

«Lo credete possibile?» Chiese Etaron a sua volta.

Il Re parve pensarci su per qualche istante sotto lo sguardo interrogativo del suo consigliere. Tutti nella sala aspettarono la risposta del Re che si rivelò una domanda: «Se fosse possibile?»

Pavil si rivolse alla guardia che faceva da piantone al magazzino: «Il mago ha fatto qualcosa di sospetto?»

«No. Dalle sue stanze non un fiato...» La guardia si interruppe per la sopraggiunta idea. «La colpa è del servo Ledder.» Disse. «L'altro giorno ha fatto un pasticcio con la roba del mago e quello gli ha detto di bruciare tutto senza respirare il fumo.»

«Perché senza respirare il fumo?» Chiese il Re.

«Non lo so.»

«Perché non l'hai riferito prima?»

«Dovevo riferire sul comportamento del mago, non su quello di un servo che non sa fare il suo lavoro. Chissà cosa ci ha fatto respirare.»

«Chiamatemi Ledder!!» Urlò il Re.

8

Ledder entrò nella sala del trono con addosso l'angoscia di essere tallonato dalla sentinella che era andata a chiamarlo. Il Re cominciò ad inveire contro il suo povero servo ma ben presto dovette smettere. Ledder confessò che non aveva bruciato niente per paura dei fumi, conservava lo straccio e tutti i cocci di vetro in una scatola nella sua camera.

Il servo fu congedato.

«A questo punto,» disse il Re, «non ci resta che rivoltare il regno da cima a fondo per trovare la causa di questa fiacca.»

Una figura balenò nella mente di Pavil. La figura sulla pergamena di Cradarc caduta per un attimo sotto il suo sguardo quando si erano scontrati.

«Sire,» cominciò il dispensiere, «ho il sospetto che si tratti comunque di un sortilegio.»

«Cosa te lo fa dire?»

«Qualche giorno fa, ho urtato senza volere il mago che consultava una pergamena ed ho visto di sfuggita ciò che c'era disegnato sopra. Ora che mi è balzata in testa, mi sembra fosse proprio una mappa delle nostre mura contrassegnate da alcuni simboli. E lui stesso ha detto che avrebbe attraversato tutto il regno per degli ingredienti.»

«Vero.» Disse Etaron. «Garel gli ha permesso di percorrere i suoi confini e l'ho visto io stesso.»

«Pavil,» disse il Re, «capisco che tu abbia riconosciuto adesso la mappa delle mura su quella pergamena, ma non ti ha insospettito il fatto che Cradarc stesse cercando degli ingredienti.»

«Sire,» intervenne Etaron, «vorrei far notare che il mago ha messo in giro la storia di voler aiutarci a sconfiggere Sterm.»

«Già.» Disse Pavil.

«Io l'ho saputo da Nellim.» Disse Etaron.

«Ci ha ingannati tutti.» Ammise il Re.

«E noi dobbiamo ingannare lui,» disse Etaron, «se vogliamo scoprire cosa ha fatto e come porvi rimedio.»

Il consigliere espose la sua idea e Cradarc fu chiamato non appena furono pronti a metterla in pratica. Il mago entrò nella sala sotto lo sguardo del consigliere e dei ministri che occupavano il centro. Più avanti, il Re, affiancato dalle due guardie, lo vide avanzare fra il gruppo di uomini con il suo passo lento e fermarsi a qualche metro dal trono. Stringeva, come sempre, il bastone nella mano destra.

«Cradarc,» cominciò il Re, «sai cosa sta succedendo?»

«La gente si barrica in casa o tenta la fuga perché gli uomini di Sterm si avvicinano.»

«Appunto ed io mi domandavo se tu avessi preparato qualcosa per combatterli.»

«Non ancora Sire.»

«Credo, allora, di aver fatto bene ad impedire che il mio servo bruciasse quei cocci raccolti nel tuo alloggio.»

«Cosa?»

«Quando mi ha detto che bruciarli avrebbe prodotto fumi nocivi, ho pensato bene di conservarli per un uso futuro. Ora voglio usarli contro gli uomini di Sterm. Dimmi, mago, se spingessimo i fumi verso i nostri nemici, quale sarebbe l'effetto su di loro?»

Cradarc rifletté sulle conseguenze di un attacco senza alcun effetto e per la sua incolumità decise di dire la verità: «Sire, devo confessarle che i fumi prodotti bruciando quei cocci non sono nocivi. Mi sono preso gioco del suo servo perché mi ha fatto rovesciare un prezioso infuso.»

«Prezioso? Perché?»

«Usato con altri ingredienti avrebbe potuto aiutarci a sconfiggere i soldati di Sterm.»

«Capisco... non puoi creare una pozione che aumenti la forza dei nostri soldati?»

«Sire, anche per quella è necessario l'infuso andato sprecato.»

«Non se ne può preparare dell'altro?»

«Occorre un particolare muschio che si trova fuori dal regno. Posso andare a raccoglierlo.»

«Non è una buona idea, gli uomini di Sterm potrebbero riconoscerti e catturarti. Indicaci il posto, manderò qualcuno dei miei uomini.»

«Non so darvi indicazioni. La roccia nera da cui ho raccolto il muschio si trova sulla collina dove ho incontrato Garel il pastore. Lui potrebbe raggiungerla senza problemi, se non fosse che si è barricato in casa con tutta la famiglia.»

«Che disdetta,» disse il Re, «quindi non c'è nient'altro che puoi fare?»

«No.»

«Non sarà forse perché hai già fatto ciò che dovevi fare?» Chiese il Re con tono allusivo.

Cradarc portò gli occhi a destra e a sinistra come per guardarsi alle spalle, gli uomini dietro di lui percepirono il peso del suo sguardo nonostante non potesse raggiungerli. Tornò a guardare il monarca e scoppiò a ridere una risata grossa, altisonante e tagliente che si smorzò lasciandogli in viso quello strano sorriso sbilenco.

«Vedo che il raziocinio liberato in voi, non è da meno alle vostre paure.» Disse. «Comunque questo non vi aiuterà ad uscire dal baratro in cui ho buttato il regno. Non c'è rimedio. Non avrete scampo contro Sterm.» Soggiunse.

«Prendetelo!» Ordinò il Re alle guardie.

Non fu così semplice. Nessuno si aspettava una reazione come quella del mago che scaraventò la sentinella ad un angolo della sala con un sol gesto della mano sinistra e agitando il bastone pietrificò i calzari dell'altra guardia. Pavil ed Etaron si scagliarono su di lui mentre col bastone dritto dinanzi a sé come fosse una lancia si stava girando verso loro per operare un'altra delle sue magie. Etaron agguantò il bastone e lo spinse verso l'alto, un fulmine si sprigionò dalla punta e colpì il soffitto. Pavil bloccò l'altro braccio del mago mentre il consigliere cercava di strappargli via il bastone. Con entrambe le braccia immobilizzate, al mago non restò che aprir bocca per scagliare un altro attacco.

«Abde acte ac...»

Il ministro dal sudore irrefrenabile si era precipitato contro il mago è gli aveva turato la bocca con il suo fazzoletto fradicio. Cradarc riprese a dimenarsi ma invano poiché gli altri ministri gli furono addosso. Fabil in persona staccò una corda da uno dei drappi che ornavano la sala per legare il mago.

Nel frattempo la sentinella si era ripresa dallo stordimento ed il Re le ordinò di rinchiudere Cradarc nelle segrete del castello incatenato, con la bocca imbavagliata, gli occhi bendati e le orecchie tappate.

Uno dei ministri si procurò martello e scalpello e prese a frantumare i calzari di pietra che intrappolavano l'altra guardia.

9

Quando Etaron tornò nella sala, il Re sedeva solitario sul trono e rigirava fra le mani il bastone nodoso sottratto a Cradarc.

«Spiacente,» disse il consigliere, «ma nelle sue stanze non ho trovato nulla che possa aiutarci.»

«Lo immaginavo.» Disse il Re senza staccare gli occhi dal bottino.

«Dove sono le guardie che dovrebbero proteggerla?»

«Sono giù nelle segrete a darsi il cambio o stanno aiutando Ideogg da qualche parte nel regno che cade a pezzi.»

«Sire, sono mortificato. Avrei dovuto capire prima cosa stava succedendo.»

«E come potevi, Etaron?» Disse Fabil incrociando lo sguardo con il consigliere.

«Vede, mi sono tappato la bocca dopo aver detto quella nequizia sui nostri soldati perché mi era uscito fuori un ragionamento logico forse, ma certo inadeguato. Uno di quei ragionamenti che in genere riesco ad ignorare e tacere. Deve sapere che ho zittito la speranza e altri simili umani sentimenti che potevo udire per ascoltare il raziocinio solo. Questo mi stava trascinando in un enorme baratro, allora ho cominciato a prendere un po' di speranza da uno, un po' di conforto da un altro, un pizzico di gioia da un altro ancora e così riesco ad ignorare quei ragionamenti anche se continuo ad udirli.»

«Non vedo il nesso?»

«Cradarc ha detto di aver liberato il nostro raziocinio e le nostre paure. Io so bene come il raziocinio soverchia gli umani sentimenti e toglie loro spazio, spazio che la paura sa ben occupare. A nostro discapito.»

«Dici bene, ma non avresti potuto cambiare le cose. Mentre veniva qui, Ideogg si è trovato davanti un regno pieno di paura. Mi ha confessato di essere riuscito a riformare i reparti di difesa perché aveva paura di trovarsi da solo a fronteggiare un'intera armata. Ed io come lui, rimango al mio posto per il timore di restare senza nessuno intorno. Le guardie nelle segrete che controllano il prigioniero sono terrorizzate ma lì è meglio che sulle mura...»

«Sire, si fermi. Secondo Cradarc non c'è rimedio, ma dobbiamo sforzarci di pensare ad un modo per sistemare le cose ed uno per tenere lontani gli uomini di Sterm...»

«Persino il Curato predica l'avvento del regno dei cieli.»

«Sire, per favore. Potremmo far circolare la voce che nel regno c'è una pestilenza.»

«Tu sei il mio consigliere.»

«Sì, ma non sono un mago.»

«Ma certo!» Disse il Re. «Qui ci vuole un mago.»

«E dove lo troviamo?»

«A tre giorni di cavallo ad ovest di qui c'è un paesino, Collesalvo, dove vive un mago di nome Vernolio. L'ho incontrato una volta di ritorno da una battaglia, lungo la strada che conduce al suo paese. Gli proposi di venire con me, ma era affezionato alla sua gente. Non ti sarà difficile trovare la strada: ti immetti nel bosco che lambisce le mura ad ovest, segui la direzione e al bivio della grande quercia prendi a sinistra, poi continui dritto.»

«Sire, non credo di essere la persona giusta. Sono il più colpito dal sortilegio proprio per la mia natura cagionevole.»

«Voglio che ci vada tu proprio per la tua natura. So che sei avvezzo ad ascoltare la ragione, come so che hai maturato l'esperienza per ignorarla e quindi so che saprai fare la cosa giusta e superare la paura quando sarà necessario. Va' da Vernolio e conducilo qui.»

«Riponete la vostra fiducia in lui?»

«Come la ripongo in te. L'ho visto in mezzo alla sua gente, non può essere cattivo.»

10

Etaron uscì dalle stalle reali sul suo cavallo dal manto avorio e trovò ad aspettarlo Pavil e Ideogg. Il ministro gli porse una borsa con le scorte di cibo e acqua mentre il soldato un piccolo pugnale che il consigliere rifiutò. Entrambi si dissero convinti che ce l'avrebbe fatta, ma Etaron lesse nei loro occhi ciò che sapeva essere nei suoi, ovvero la paura del fallimento.

Si distaccò dai due uomini e con andatura sostenuta raggiunse le mura del regno dove le guardie rimaste lo lasciarono uscire non senza una certa invidia. Era l'unico a cui era stato concesso di lasciare il regno. Volse il cavallo ad ovest e seguendo le mura arrivò all'ingresso del bosco. Una volta lì, ridusse l'andatura e si immise nella vegetazione.

Non fece molta strada che si trovò di fronte alcuni soldati di Sterm accampati lì in attesa dell'attacco. Gli imposero di fermarsi e uno di loro pretese la borsa per frugarla.

«Non ho armi.» Disse Etaron consegnando la borsa.

«Questo ci fa comodo.» Disse il soldato mostrando il cibo ai compagni. «Avremo più forza per attaccare.»

«Intendete attaccare il regno di Fabil?» Chiese Etaron.

«Non appena sarà il momento giusto.» Rispose un altro soldato.

«Vi consiglio di lasciar perdere.» Disse Etaron.

«Che ne sai tu?» Chiese quello con la sua borsa.

«Nel regno c'è una pestilenza. Sono alla ricerca di un sapiente guaritore.»

«Beh, questo ci facilita le cose. Perché mai dovremmo lasciarti passare?»

I soldati risero.

«Certo,» disse Etaron, «potreste attaccare il regno mentre la pestilenza imperversa e oltre al nome di vigliacchi potreste prendervi la peste oppure... potreste aspettare che la peste passi. Grazie ad un guaritore o per l'esaurimento dei corpi, che differenza fa per voi. A meno che non vogliate farvi chiamare vigliacchi...»

«Non siamo vigliacchi, né stupidi. Se porti un guaritore, potrete resistere all'attacco.»

«Dopo una peste così saremo deboli e disorganizzati.» Etaron si tappò la bocca ma questa volta era ben consapevole di quello che diceva, lo diceva di proposito ed il gesto serviva solo a far credere il contrario.

«Allora non potranno chiamarci vigliacchi.» Disse il soldato con la borsa ancora fra le mani.

«Già. E tu vattene, che forse c'hai la peste.» Disse il soldato che sbarrava la strada ad Etaron lasciandolo passare.

Etaron riprese il viaggio senza scorte e senza la certezza che la storia della peste potesse davvero ritardare l'attacco. Uno degli uomini di Sterm montò a cavallo e si avviò fuori dal bosco nella direzione opposta alla sua. Etaron non sapeva in quanti giorni la notizia sarebbe arrivata a Sterm, ma non poteva permettersi di perdere tempo così riprese il galoppo non appena fu fuori dalla vista dell'accampamento con il rischio di cadere con tutto il cavallo. In poche ore raggiunse la grande quercia ed imboccò la strada a sinistra come il Re gli aveva indicato. Cavalcò per due giorni senza sosta ed ormai estenuato svenne in sella al suo cavallo che procedeva lento, anche lui allo stremo delle forze, mentre il bosco si diradava. Il cavallo continuò per il sentiero finché non divenne una stradina che lo condusse nella piazza di un piccolo paese.

La piazza era vuota ed il cavallo si fermò nel mezzo non sapendo più dove andare. Ad un lato una chiesa e sugli altri tante case.

Una giovane donna, in ritardo per la funzione, giunse in piazza da una stradina laterale e correva verso la chiesa. Non si sarebbe accorta del cavallo dall'altra parte della piazza se questo non avesse richiamato la sua attenzione nitrendo ed issando appena le zampe anteriori per pestare con gli zoccoli il pavimento di pietra. Il movimento dell'animale fece destare un attimo Etaron che non distinse la donna vestita di bianco per la vista annebbiata.

«Vernolio.» Disse con voce quasi inesistente e svenne di nuovo.

Fu svegliato da un coro di voci armoniose che proveniva da una stanza vicina, si mise a sedere ai margini del letto su cui l'avevano adagiato e si guardò intorno. Era una piccola camera arredata con poco: il letto, una sedia, un crocefisso e un armadio. Si alzò e vide i suoi calzari ad un capo del letto, prese e se li infilò prima di seguire il canto lungo un'altra stanza munita di un tavolo, un paio di sedie, una dispensa ed un camino in un angolo. Giunto nei pressi della porta da cui arrivava il canto, guardò attraverso la fessura fra i battenti e poté vedere la lunga sala con l'altare e le panche ad esso rivolte.

Si trovava all'interno di una chiesa durante una funzione religiosa a cui tutto il paese stava partecipando. Il coro era formato da giovani donne in abito bianco fra cui spiccava una per il suo viso semplice. Aveva i capelli scuri perfettamente divisi in due cascate che si raccoglievano sulla nuca, gli occhi, la bocca e persino il piccolo naso erano profusori di gioia. Gioia che dal suo cuore si dipartiva e attraverso le sue parole raggiungeva tutti coloro seduti sulle panche e attraverso il suo sguardo raggiungeva un infante fra le braccia di una mamma che sedeva ai primi posti, il quale sorrideva alla giovane donna facendole brillare il viso ancora di più.

Per qualche minuto, Etaron parve dimenticare il suo stato d'animo e la disgrazia di Fabilia, poi il canto finì e con esso la cerimonia. Etaron si volse verso l'interno della camera e sedette ad una delle sedie intorno al tavolo. In quel momento, il curato entrò nella stanza cominciando a svestirsi dei paramenti e lo vide seduto con le spalle alla porta.

«Ah,» disse con la stola in mano, «vedo che si è alzato.»

«Prima di svenire ho visto un angelo, credevo di essere morto. Dove mi trovo?»

«Ha visto Valentina e, per quanto non è sbagliato dire che è un angelo, siamo nella chiesa di Collesalvo.»

«Collesalvo? Allora sono arrivato.» Disse. «Dov'è il mio cavallo?» Soggiunse appena si rese conto di chi doveva ringraziare.

«L'abbiamo legato nel campo dietro la chiesa e gli abbiamo dato un po' da mangiare... quasi dimenticavo: c'è del pane nella dispensa, si serva pure.» Il curato passò nell'altra stanza per cambiarsi.

Etaron andò alla dispensa e mentre l'apriva il suo sguardo cadde all'interno della chiesa, attraverso la fessura fra i battenti lasciata dal curato, fino a raggiungere un gruppetto di persone accanto alle panche più vicine all'altare. La corista dal viso semplice parlava con una coppia, la donna era la mamma che sedeva con il bambino in braccio, ora il bambino era in braccio all'uomo. La corista fece il solletico al piedino dell'infante, salutò la coppia e si volse verso le camere del curato il quale ricomparve alle spalle di Etaron che guardava la donna avanzare.

«È sbagliato dire che è un angelo?» Gli chiese.

Etaron preso di sorpresa, ci mise un attimo per rispondere: «No. Non è sbagliato.»

Valentina entrò nella stanza e trovò i due uomini vicino alla dispensa.

«Salve.» Disse. «Siete già in piedi.»

«Vi ringrazio molto per aver soccorso me e il mio cavallo.»

«Non c'è bisogno di ringraziarmi.»

Etaron si rivolse al curato. «Ho bisogno di vedere Vernolio il mago. Sa dirmi dov'è?»

«Sono sua nipote.» Disse Valentina. «Posso portarvi da lui dopo il gioco.»

«Il gioco? Ho bisogno di vederlo subito.»

«Lui non scapperà e voi avete bisogno di rifocillarvi. Potete farlo mentre noi giochiamo.»

Valentina aprì una porta e scomparve in un lungo corridoio.

«Dove va?» Chiese Etaron al curato.

L'uomo per tutta risposta prese il pane ed un fiaschetto di vino dalla dispensa e lo invitò a seguirlo per la stessa strada. Il corridoio dava accesso alle altre due camere del curato e sbucava sul campo dietro la chiesa. Era un piccolo spiazzo di terra circondato da panchine su cui si erano raccolti tutti i fedeli che avevano assistito alla funzione. Al centro, alcuni bambini rincorrevano una sacca fatta di pelli che scorreva poco e rimbalzava ancora meno. Valentina seguiva con il suo sguardo luminoso tutte le corse dei bambini e li aiutava a rialzarsi quando si scontravano.

Il curato andò a sedere su una delle panchine più vicine al centro. Etaron raggiunse il suo cavallo legato ad una delle ultime panchine e gli diede un pezzo del pane che il curato gli aveva offerto. Avrebbe voluto montare a cavallo e correre per il paesino urlando in cerca di Vernolio, ma il suo sfinimento era tale che decise di sedere e guardare il gioco. Qualcosa in lui cominciava a rinvigorire, e non si trattava solo della forza fisica. Mandò giù un sorso di vino.

A gioco finito, Valentina salutò tutti e, scusandosi, corse verso Etaron.

«Pronto ad andare?» Chiese con il suo sorriso solare.

Etaron non potè non sorridere a sua volta. «Certo.» Rispose e si accinse a sciogliere le redini del cavallo.

Valentina pose una mano su quelle del consigliere per fermarlo. Il suo tocco fu deciso ed allo stesso tempo delicato.

«No.» Disse. «Lo lasci riposare ancora. Possiamo camminare, non è molto lontano da qui.»

«Va bene.»

Lasciarono il campo, seguirono una viuzza che costeggiava la chiesa ed in breve raggiunsero un esteso appezzamento di terreno su cui erano piantate delle croci. Aggirarono l'appezzamento per un buon tratto e a quel punto Valentina protese il braccio e gli indicò la croce del nonno.

Il sospetto che si era affacciato nella mente di Etaron appena viste le prime croci divenne una certezza. Sedette per terra e abbandonò il viso fra le mani, non sapeva più cosa fare.

Valentina pose una mano sulla sua spalla ed anche stavolta Etaron percepì la tenerezza che lei sapeva trasmettere con il suo caratteristico tocco deciso. La mano sulla spalla non era di alcun peso, anzi era un conforto, un sollievo. Etaron avrebbe voluto prenderle la mano per toccare quella tenerezza, quel conforto, ma si trattenne per rispetto nei confronti della donna e per timore che quelle sensazioni, una volta nelle sue mani, sfiorissero come un fiore che perde i petali.

«Perché cercavate mio nonno?» Chiese Valentina.

«Un mago malvagio al servizio di Sterm ha fatto un sortilegio contro Fabilia, il regno dove vivo.»

«E pensavate che Vernolio potesse aiutarvi?»

«Sì.»

«Purtroppo è morto di vecchiaia meno di un anno fa.»

«Sapete qualcosa di magia?» Chiese Etaron.

«Io? No.» Disse Valentina. «Che cosa vi ha fatto questo mago?»

«Ci ha prosciugato le anime togliendo ogni umano sentimento e ci ha lasciato in balia delle nostre paure e del raziocinio che impedisce la rinascita di quanto tolto.»

«Non riesco ad immaginare un regno così.»

«Non credo possiate.» Disse Etaron. «La vostra anima sembra essere una fonte inesauribile di... Verreste con me?» Chiese all'improvviso.

«Ma non so fare magie.»

«Non voglio che facciate magie, voglio che portiate la vostra gioia.»

«Voi mi lusingate,» disse Valentina e sorrise per la prima volta dacché avevano lasciato la chiesa, «ma...»

«Non vi nascondo che sarà un'impresa difficile e forse infruttuosa, ma è l'ultima possibilità a cui riesco a pensare.»

«Non lo so, sono affezionata alla mia gente, al mio paese.»

«Prometto che vi riporterò qui ad ogni costo, ma ora devo partire, non c'è molto tempo. Venite con me?»

«Devo pensarci.»

«Mi troverete nel campo dietro la chiesa finché non sarò pronto a ripartire.» Disse Etaron e si incamminò lungo la strada del ritorno.

11

Il curato gli aveva dato tutte le indicazioni necessarie per riprendere la strada che si immetteva nel bosco da cui era venuto. Valentina non si era presentata. Etaron montò in groppa al suo cavallo, salutò l'uomo, lo ringraziò per le scorte e gli disse di salutare la donna che gli aveva mostrato la gioia, un sentimento che non aveva visto per giorni. Incitò il suo cavallo e lasciò il campo sul retro della chiesa, giunse nella piazza del paese e indirizzò il cavallo verso la stradina che portava al bosco. La voce lo raggiunse mentre stava per imboccare la strada.

«Aspettate!»

Etaron si volse e vide Valentina che correva nella sua direzione. Girò il cavallo e la raggiunse al centro della piazza.

«Avete forse cambiato idea?» Chiese.

«No, alla fine ho deciso di venire con voi. Ci ho messo un po' a trovare un paio di calzoni della mia misura.» Disse sorridendo. «Non mi piace cavalcare come le amazzoni.»

Etaron le sorrise. «Dobbiamo correre. Non potreste.» Disse e la aiuto a salire in groppa. «Stringetevi forte.»

Valentina spostò la sua sacca di scorte in modo che non desse impaccio e cinse le braccia intorno al ventre di Etaron. La stretta era decisa ma non senza delicatezza.

Etaron incitò di nuovo il cavallo e partirono.

Durante il viaggio dovettero fermarsi spesso per far riposare il cavallo, sfamarlo e rifocillarsi a loro volta. In alcuni tratti la vegetazione era così fitta che il cavallo non poteva affatto correre e perciò impiegarono più di tre giorni ad arrivare alla grande quercia. Il sole era già tramontato quando arrivarono nei pressi dell'accampamento degli uomini di Sterm illuminato da un piccolo falò. Purtroppo avevano scelto una zona cruciale dove accamparsi e non c'era modo di aggirarli.

L'uomo che aveva sottratto le scorte ad Etaron era tornato dai suoi compagni e fu il primo ad alzarsi. Li fermò.

«E questo sarebbe il guaritore? A me sembra una donna.» Disse.

«È la figlia del guaritore.» Si affrettò a dire Etaron. «Non avete ancora attaccato?»

«Abbiamo concesso un po' di tempo alla peste,» disse il soldato che all'andata gli aveva sbarrato la strada, «ma il tempo sta per scadere.»

«Sei stato sciocco a tornare.» Disse il ladro di scorte.

«Fatemi compiere questa sciocchezza, allora.» Disse Etaron.

I soldati risero.

«La donna resta qui.» Disse uno di loro.

«Non vi conviene.» Disse Etaron.

«E perché?»

«Non vedete come sono ridotto.» Disse Etaron alludendo alla estenuazione di cui portava ancora i segni. «Se la prima volta mi avete lasciato passare perché potevo avere la peste, questo ve lo conferma. Sono giorni che cavalchiamo insieme e se io ho la peste, a quest'ora ce l'avrà anche lei.»

Li lasciarono passare.

Valentina chiese spiegazioni ad Etaron non appena furono lontani, ormai stavano seguendo le mura di cinta di Fabilia. Etaron le raccontò come aveva convinto i soldati a lasciarlo passare la prima volta e la falsa notizia della peste aveva sortito l'effetto voluto, ovvero ritardare l'attacco di Sterm.

12

Varcarono le porte del regno e, seppur in piccola misura, fu un conforto per le guardie vedere che il consigliere era tornato con il mago e sorpresa maggiore fu vedere che si trattava di una donna con il viso illuminato di gioia.

Per raggiungere il castello, attraversarono strade deserte e sporche. Tutti gli abitanti rintanati nelle loro case corsero alle imposte delle finestre per vederli passare, attratti dal rumore degli zoccoli del cavallo. Valentina rivolgeva anche a loro un sorriso, sebbene imbarazzato.

Il Re li accolse nella sala del trono con i capelli arruffati per le troppe tribolazioni.

«Sei tornato, finalmente.» Disse. «Quando abbiamo avvistato quel messaggero di Sterm che usciva dal bosco, abbiamo creduto il peggio.»

«Andava a riferire la notizia della peste, mio Sire.» Disse Etaron.

«Per questo si sono arrestati! Bravo, Etaron. E pensare che noi l'abbiamo visto raggiungere le truppe in avvicinamento e temevamo un cambio di tattica.»

«È così, Sire.»

«Come?»

«Hanno preso solo un po' di tempo.»

«Allora dobbiamo fare in fretta. Dov'è Vernolio? Chi è lei? La sua assistente?»

«Vernolio è morto, lei è sua nipote.»

«Piacere, Valentina.» Si presentò con un inchino.

«Piacere.» Disse il Re. «Quindi Vernolio è morto, chi bada al vostro paese?»

«Al momento nessuno.» Rispose la donna.

«Vi prego, liberateci da questo sortilegio e vi prenderemo sotto la nostra ala.»

«Vi ringrazio ma non so come fare.»

«Non lo sa?» Disse il Re spazientito rivolgendosi al suo consigliere. «Etaron, non lo sa? Perché mai l'hai condotta qui? Per prenderti gioco di me?»

«No, Sire. Si calmi. L'ho condotta qui perché pensò che possa aiutarci.»

«E come, di grazia?»

«Per la grazia, appunto.» Disse Etaron. «La grazia di Valentina è tale che annullerà il sortilegio di Cradarc.»

«Non me lo nominare. Quel farabutto è sparito.»

«Sparito?»

«Sì e noi siamo qui a parlare di grazia.»

«Sire, non faccia così. Se l'ho portata qui è perché ho in mente una cosa che risolleverà il regno.»

«E cosa?»

«La sua festa di compleanno.»

«La mia festa di compleanno? Ma se l'hanno mancata tutti.»

«Non c'era Valentina ad animarla.»

«Io non so come animarla.» Ammise la donna.

«Ti metteremo a disposizione tutti i servitori del castello,» disse Etaron, «sono sicuro che troverai un modo.»

«D'accordo.» Disse il Re. «Proviamoci.»

Il consigliere e Valentina lasciarono la sala del trono per raggiungere la stanza dei servitori.

«Allora?» Chiese Etaron mentre camminavano.

«Ci sto pensando, dove si tiene la festa?»

«Sulla piazza antistante il castello.»

«Ma non si può fare una festa lì.» Disse Valentina con viva naturalezza. «Sembra un campo di battaglia. Bisogna sistemarla.»

«Cosa vuoi farci?»

«Un campo da gioco, magari.»

«Me ne occupo io. Tu pensa al resto.»

Raggiunsero la stanza e lì si divisero, Etaron si allontanò con quattro servitori.

13

Al centro della piazza era quasi tutto pronto. Valentina aveva commissionato ad un sarto una sacca da gioco ed ora stava istruendo i giullari per badare ai bambini durante il gioco, la piazza era troppo grande per poterlo fare da sola.

Su una panchina, il Re e il suo consigliere sedevano uno di fianco all'altro e seguivano i preparativi.

«Sei sicuro che verranno?» Chiese il Re.

«Sì, la voce che ho fatto spargere da Ideogg è che ci sarà una buona opportunità in piazza.»

«Una buona opportunità? Che significa?»

«Può significare tante cose, pertanto il raziocinio li spingerà a venire a vedere.»

In effetti ai quattro angoli della piazza fecero capolino gruppi di persone interessate alla “buona opportunità” ma non presero posto sulle panchine e rimasero lì ad accalcarsi. Vano, perché senza convinzione, fu il tentativo dei giullari di attrarre al centro della piazza i bambini. Bambini spaventati che si stringevano ai genitori e prestavano attenzione alle loro premure.

Valentina guardò verso Etaron ed alzò le spalle, sul suo viso comparve una simpatica espressione che diceva “non so che fare”.

«Canta!» Disse Etaron.

Nel silenzio che si creò, Valentina ci pensò un po', poi trovò le parole.


C'è un rimedio alla tristezza
che si chiama allegrezza.

Non ci vuole molto,
un sorriso in volto
ti farà sentir più contento.
Un saluto al tuo vicino
lo rallegrerà già un pochino.


Gli sguardi degli abitanti cominciarono ad incrociarsi, non c'erano minacce in vista così spuntarono i primi sorrisi.


Guarda in cielo il sole come splende
... è davvero sorprendente.
Non star muto quando
la tua voce udir vogliamo.
Se non sai cantar, te lo insegniamo.
Non abbandonarti alla mestizia,
in questo giorno di letizia.


I giullari si rianimavano mettendo in scena i loro giochi e gli spettatori fischiettavano dondolando al ritmo della canzone di Valentina.


C'è un rimedio alla tristezza
che si chiama allegrezza.


In quel momento, le campane della chiesa presero a suonare.


Nel tuo petto batte un cuore
che può sbarazzarsi del dolore,
dagli spazio, ascolta il suo rintocco
e meglio ti sentirai in un batter d'occhio.

Ascolta come suonan le campane,
cantar non è la sola cosa che rimane.
Corri, forza, non ci fare aspettare,
manchi solo tu per cominciare.


A quel punto i bambini si precipitarono al centro della piazza ed il gioco cominciò.

La festa era in pieno svolgimento quando Ideogg raggiunse Re Fabil. Il soldato appariva rinvigorito.

«Vi faccio i miei auguri, Sire.» Disse.

«Grazie.»

«Se non occorre altro, noi andiamo.»

«Dove?»

«A dare il cambio sulle mura, così anche gli altri soldati potranno giovarsi di questa festa.»

«Sei un ottimo comandante.» Disse il Re. «Potete andare.»

Gruppi di soldati si avvicendarono alla festa per tornare poi alle mura rinvigoriti.

L'ennesimo gruppo condusse presso il Re uno degli ambasciatori reali tornato dalla sua missione con una delegazione militare del regno a cui aveva portato l'ambasciata. Il regno interpellato si era dichiarato subito disponibile a cooperare per sconfiggere Sterm e così una delegazione militare era partita insieme all'ambasciatore per raggiungere Fabilia.

Il Re fu molto lieto di udire tali notizie.

«Dov'è la delegazione?» Chiese.

«Alle porte del regno.» Disse l'ambasciatore.

«E non è passata inosservata.» Disse una delle guardie. «Le truppe di Sterm si ritirano.»

«Forse pensano che gli stiamo tendendo una trappola.» Disse Etaron.

«Buon per noi.» Disse Pavil che sedeva accanto all'amico.

«Accogliamo la delegazione come si deve.» Disse Re Fabil. «Fateli entrare, parteciperanno alla festa.»

L'ambasciatore si era appena avviato alla volta delle mura per dare accoglienza alla delegazione, che le buone notizie già si erano diffuse per tutta la piazza dove il gioco aveva lasciato spazio agli spettacoli di giullari, acrobati e attori.

Valentina parlava con un paio di donne, ad un tratto incrociò lo sguardo con Etaron che l'ammirava e gli sorrise. Lui ricambiò. Re Fabil se ne avvide.

«Allora non sei tutto raziocinio.» Disse.

«Come?»

«Or ora il tuo viso ha rivelato i tuoi sentimenti.»

«Credo sia innamorato.» Disse Pavil.

«Non lo so.» Disse Etaron. «Voi dite?»

«Lo sei.» Disse il Re.

«Ma le ho promesso che l'avrei riportata al suo paese.»

«Potrebbe voler restare.» Disse Pavil.

«A me farebbe comodo un ministro distaccato a Collesalvo.» Disse il Re posando una mano sulla spalla di Etaron. «Va da lei.» Soggiunse spingendolo ad alzarsi.

Etaron seguì il consiglio.


FINE

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