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Aporia

Romanzo, Indagini e Crimini, Italiano, 152 pagine
Editore: Renato Mite, Italia
ISBN: 9788892328938

Paragrafo 1

Paragrafo 2

Paragrafo 3

Paragrafo 4

Paragrafo 5

Paragrafo 6

Paragrafo 7

Renato Mite

Aporia

Tutti i diritti sull'opera Aporia appartengono all'autore Renato Mastrulli.


Questa storia è frutto dell'ingegno dell'autore.


Ogni riferimento a fatti accaduti o cose e persone esistenti è da ritenersi puramente casuale.



Immagine copertina, mappa Milano e logo Aporia © 2017 Renato Mastrulli



1

Enrico Lamprini ci aprì la porta e notai un cambio di espressione sul suo viso. Alla speranza di rivedere sua figlia si aggiunse una leggera consolazione. Chi ci aveva raccomandato poteva aver esagerato nel tessere le nostre lodi, ma credo che Lamprini apprezzasse innanzitutto che fossimo arrivati con così breve preavviso.

Erano le nove e trenta di mattina, una mattina fredda e uggiosa di quelle in cui Milano ti sembra ostile, del resto era Settembre. Tornavamo a Milano due volte l'anno, e non mi ero ancora abituato al clima.

«Piacere Edoardo.» Dissi porgendo la mano all'uomo. «Lui è Kwame.»

«Piacere.» Disse il mio socio.

L'uomo ci strinse la mano con un cenno della testa, per nulla turbato dal colore della pelle di Kwame.

«Enrico Lamprini, prego.»

Ci lasciò entrare e lo seguimmo lungo il corridoio. La casa era semplice, arredata con molti ninnoli artistici e foto di famiglia, ma per il resto con l'indispensabile.

Lamprini mi aveva chiamato quella mattina perché sua figlia non era rientrata dalla sera prima e non era rintracciabile. Quando al telefono mi ha detto questo, ho pensato che fosse un tipo all'antica, che impone alla figlia il coprifuoco alle undici di sera. Ora, a vederlo, l'aria dell'uomo dopo la boa di mezza età l'aveva tutta. Mi chiesi cosa ne pensasse Kwame, ma non posso leggere nella sua mente e lui non può nella mia.

Prima di andare a casa di Lamprini, ho cercato informazioni su di lui e mi è venuto il dubbio che la faccenda potesse essere più complicata. Secondo il sito Internet della sua azienda, Lamprini è un produttore di tessuti che rifornisce quasi tutte le case di moda di Milano, per non parlare dell'export. Invitato alle sfilate della settimana della moda, amico degli stilisti famosi, fotografato in loro compagnia a diversi eventi mondani, eppure un volto anonimo e un nome sconosciuto.

A guardarlo fra le mura domestiche, pensai che fosse uno che se ne sta in disparte, fa vita mondana per affari e, appena può, torna a casa dalla moglie, e dalla figlia che puntualmente vedrebbe uscire. Insomma, dovrebbe sapere come gira il mondo oggi.

In soggiorno trovammo la moglie di Lamprini, all'apparenza sua coetanea, che ci accolse con un sorriso proporzionato alla sua figura minuta. Non riusciva a tenere le mani ferme. Dopo le presentazioni ci invitò a sedere, lei e suo marito si accomodarono dinanzi a noi.

Raccolse una foto dal basso tavolino dinanzi a sé e porgendola disse: «Questa è Federica.»

Kwame prese la foto e la osservò mentre Lamprini mi porse la carta d'identità che gli avevo chiesto per telefono.

«Signora Sonia,» disse Kwame, «sperò non si offenda, vorrei sapere perché crede che sia successo qualcosa di grave a sua figlia?»

La donna si immobilizzò e lo guardò stupita. Con Kwame c'era da aspettarselo, l'aveva calmata con qualcosa che avrebbe potuto farla agitare di più. Mi sembrava il fuoco controllato che i pompieri usano per fermare altro fuoco. Non era solo la scelta delle parole, ma il suo modo di cadenzarle e accentuarle.

«Federica rientra a casa sempre prima delle sei di mattina, me l'ha promesso.» Disse la donna.

«Guardi, è una cosa seria.» Disse Enrico Lamprini mentre rimetteva nel portafogli la sua carta d'identità.

«Certo.» Disse Kwame. «Accettiamo l'incarico.» Poi mi guardò e io annuii.

L'imprenditore era interdetto. «Accettate?»

«Sì,» intervenni, «parlateci di vostra figlia. Sapete dove è andata ieri sera?»

«Alla sfilata a Palazzo Clerici.» Rispose il padre.

«Lavora per uno stilista?» Chiese Kwame.

«Studia all'Istituto Marangoni per diventare lei una stilista.» Disse la madre. «Coglie tutte le occasioni per rubare il mestiere.»

«Ieri c'era una sfilata di giovani stilisti.» Disse il padre. «Io vendo tessuti, ho diverse conoscenze, e l'ho introdotta nell'ambiente già da tempo.»

«Presentava una sua collezione?» Chiesi.

«No,» rispose lui, «ha dato una mano dietro le quinte durante le prove, ma ieri sera era solo una spettatrice.»

«Era con un'amica?» Chiese Kwame.

«Beatrice, la sua amica, ha dato forfait ieri pomeriggio perché non sta bene, ma Federica è andata lo stesso. L'aveva promesso a una delle indossatrici.»

«Dovremo parlare con l'amica e con l'indossatrice.» Dissi. «Sa chi è?»

«Sì, oggi ci sono altre sfilate, vi accompagno subito alle prove. Volevo andarci io, ma mia moglie...»

«Potrei guardare la camera di vostra figlia?» Chiese Kwame rivolto alla madre.

La donna annuì, si alzò e ci precedette fino alla camera. Lei e suo marito non superarono la soglia.

Era una piccola stanza con un letto, una scrivania, una libreria e un armadio con specchio sulle ante. Sulle pareti c'erano tanti disegni fatti a mano da Federica per rappresentare le sue idee da indossare, una foto che ritraeva Federica in primo piano e un poster di Audrey Hepburn nel suo famoso tubino nero. Le coperte del letto non avevano una piega, non c'erano abiti in giro, i libri nella libreria occupavano tutto lo spazio possibile ma sempre in ordine. Sulla scrivania c'erano un paio di portapenne ricolmi, un computer e alcuni quaderni da disegno ben allineati. Sotto il letto c'erano un paio di scatole per indumenti, uno zaino e una cartellina da disegni.

«Signora, ha rifatto la stanza?» Chiese il mio socio.

«Non io. Non la tiene mai in disordine, lo odia.»

Kwame si avvicinò alla scrivania mentre io raggiungevo la libreria. A giudicare dai titoli, dovevano piacerle i romanzi di avventura e romantici, un po' di horror e molto la moda: aveva parecchi libri sull'argomento e addirittura uno sulla storia della moda dall'antichità ai giorni nostri. Un mattone che, nonostante la mia passione per la lettura, mi sarei stancato solo a guardare le illustrazioni, se ne aveva.

Kwame prese un diario da un cassetto della scrivania e lo sollevò a mezz'aria.

«È il suo diario personale?» Chiese.

«Sì.» Rispose la madre.

«Lo tenga lei.» Disse porgendole il diario.

«Ha poche amiche?»

«Purtroppo sì, forse solo Beatrice.»

«Un ragazzo?»

«Si sono lasciati. Federica è una ragazza socievole ma ambiziosa, vuole fare carriera.»

Metterà su famiglia molto tardi, pensai io senza biasimarla.

Scrutai il volto del padre e mi sembrò che si chiedesse perché perdevamo tempo.

«Sa con quale nome è nei social network?» Gli chiesi credendo che, per motivi economici, fosse più addentrato di sua moglie in certe cose.

«EffeFashion, FedeFashion o qualcosa con “fashion”, non so esattamente.» Disse.

La moglie semplicemente scosse la testa. Non ne sapeva nulla. Pensai che fosse una di quelle persone coerenti che usano il cellulare per telefonare, la macchina fotografica per fare foto, l'orologio per guardare l'ora e sfortuna loro non sanno come usare un computer.

Kwame si rivolse al padre: «Ci accompagni alle prove della sfilata, per favore.»

2

Dovevamo parlare con una certa Gerdie Lang.

Entrammo a Palazzo Clerici senza problemi, tutti sembravano conoscere Lamprini. Mentre camminavamo, l'uomo ci diede il numero di cellulare di sua figlia. Provai a chiamare, ma Federica non rispose.

Attraversammo un ampio corridoio che sfociò in una grande sala con la volta alta, le decorazioni in oro e gli affreschi. Gruppetti di quattro o cinque persone, per lo più ragazze in intimo, si intravedevano un po' ovunque. Fra appendiabiti su rotelle, banchi con specchi e trucchi, banchi con parrucche e altra roba che probabilmente sarebbe finita fra i capelli delle ragazze che sfilavano al centro della grande sala. Lì c'era una lingua di spazio lasciata come passerella per provare la sfilata. Una ragazza arrivò al limite della passerella al cospetto di tre critici, un uomo e due donne, che la guardavano come fosse una statua di Michelangelo. Indossava un leggero maglione magenta sformato e strappato, jeans scuri attillati con brillantini superstiti solo su una gamba, scarpe rosse.

I tre critici stavano discutendo sulla tonalità di rosso delle scarpe tacco a spillo che non si abbinava con il maglione, una delle donne prese alcuni appunti sulla sua cartellina da presentatrice televisiva.

Lamprini pose una mano sulla spalla dell'uomo e lo chiamò “Carlo”. Quello si voltò e lo salutò con “Signor Lamprini”. Le due donne si fermarono e con loro il processo alle scarpe, si interessarono a noi.

«Carlo, ti presento Edoardo Potestà e Kwame Nuru. Lui è Carlo Leoni.»

Stringemmo la mano dell'uomo sulla trentina d'anni, prima io e poi Kwame. Non aveva una stretta poderosa e si mise in posa come un modello, inclinato un po' da un lato. Indossava una camicia blu con tante rifiniture bianche e alcuni ricami sul taschino che conteneva un fazzoletto piegato a triangolo, i pantaloni sembravano di velluto ed erano blu ma di una tonalità più scura, ai piedi aveva sneakers bianche con una serie lunghissima di occhielli che i lacci, legati insieme, avrebbero potuto strozzare un elefante.

«Sono due investigatori, gli ho chiesto di trovare Federica, stanotte non è rientrata a casa.»

«Non è rientrata?» Chiese Leoni. Sembrava sorpreso.

«No, tu l'hai vista ieri sera?»

«Era seduta al posto che le avevo riservato. Non ho visto la sua amica, però.»

«Signor Lamprini,» disse Kwame, «grazie per averci presentato, possiamo continuare da soli. Torni da sua moglie. Per cortesia chiamate Beatrice e chiedete quando possiamo incontrarla. Ci chiami e ci faccia sapere. Grazie.»

«D'accordo.» Lamprini sembrava voler restare ma ci salutò e uscì dalla sala.

Kwame riprese: «Signor Leoni...»

«Mi chiami Carlo.»

«Carlo, vorremmo farle qualche domanda su Federica.»

«Certo.»

«Vuole finire prima quello che stava facendo?»

«Riprendiamo dopo. Loro sono Marta e Gianna,» disse indicando le due donne, «siamo una squadra di stilisti.»

«Non lo metto in dubbio,» disse Kwame, «ma è un'ingiustizia far stare la modella su quei tacchi visto che comunque deve cambiare scarpe.»

«Oh, scusami tanto, Rachele.» Disse Carlo avvicinandosi alla modella, le sfiorò un braccio come per consolarla. «Facciamo una pausa, cara. Fammi la cortesia, avvisa le altre, rilassatevi un po', siete bellissime ma stasera vi voglio in forma. Questo taglio di capelli ti dona, sai.»

Nel frattempo, stringemmo la mano a Gianna e Marta. La prima aveva il fisico tipicamente mediterraneo con le curve al punto giusto, vestiva maglione e pantaloni comodi ma sicuramente firmati. La seconda, bionda, magra e slanciata, indossava una camicetta bianca con merletti sul collo e una gonna lunga nera e attillata che si abbinava alle scarpe con tacco.

Mi stavo chiedendo se Carlo fosse dotato di una sensibilità particolare e Gianna ce lo confermò con un bisbiglio nascosto dietro la cartellina.

«Sì, è gay.» Disse.

Carlo tornò da noi mentre la modella si allontanava.

«Prego, chiedete ciò che volete, sono molto affezionato a Federica.»

«Come le è sembrata ieri sera?» Chiese il mio socio. «Era preoccupata?»

«No. Prima di prender posto è venuta a salutarci, era stupenda come sempre. L'ho vista parlare con altre donne e sorrideva.»

Le due stiliste confermarono.

«Ha visto tutta la sfilata?» Chiesi.

«Sì, alla fine è tornata qui e poi è andata via con Gerdie Lang, una delle modelle.»

«A che ora?»

«Circa le undici.»

«Da quanto conoscete Federica?» Chiese Kwame.

«Un paio d'anni.» Fu la risposta di tutti e tre i critici, forse lavoravano sempre insieme.

«Cosa sapete della sua vita privata?»

«Ah, guardi, io mi faccio i fatti miei.» Disse Carlo.

Non gli credevo affatto, e forse neanche Kwame perché gli sorrise e riprese a parlare. «Non lo metto in dubbio, ma Federica le ha, o vi ha,» rivolgendosi alle due donne, «confidato qualcosa.»

«Non parlava di sé, parlava di moda.»

Le due donne confermarono.

«Potremmo parlare con la signorina Lang?» Chiesi.

«Stamattina non si è ancora vista.» Disse Marta.

«La sera fa tardi e lo stesso poi la mattina.» Disse Gianna. «Va in giro a costruirsi un'immagine da top model.»

«Lo diventerà.» Disse Carlo. «Ha le misure perfette.»

«Novanta, sessanta, novanta?» Chiesi io in un moto di curiosità.

Leoni mi guardò come se avessi appena bestemmiato in arabo e lui l'arabo lo parlava.

«Lasci stare.» Dissi. «Sapete dove sarebbero andate, Federica e la Lang?»

Gianna sapeva che Gerdie Lang avrebbe portato Federica a una festa privata, nient'altro.

«Le vostre modelle sono tutte esordienti?» Chiese Kwame.

«Sì.» Rispose Carlo.

«E Federica ha legato solo con Gerdie?»

«Federica parlava con tutte, è stata Gerdie a legarsi a lei e la portava dappertutto.»

«Vorremmo parlare con le modelle, se non è troppo disturbo.»

«Certo, Gianna li accompagni per favore? Scusate, ma ho tante cose da fare.»

«Si figuri, grazie per il suo tempo.»

Gianna ci presentò alle modelle. Circa quaranta ragazze scalze, la maggior parte in intimo, poche con maglioni e pantaloni sformati, strappati o entrambe le cose. Sembrava avessero lavato la roba con una lavatrice che doveva essersi otturata con tutti i brillantini portati via da un lato dei jeans.

Chiedemmo loro se sapessero qualcosa della festa privata a cui Gerdie Lang sarebbe andata con Federica, ma non sapevano nulla. Gerdie non aveva parlato con nessuna dei suoi piani, ma, a detta di Rachele, faceva sempre così. L'effetto sorpresa era uno degli espedienti usati da Gerdie per fare la diva. Rachele era una ragazza sorridente dai tratti mediterranei e anche lei era in intimo ora, senza alcun imbarazzo. Io, che invece ero vestito di tutto punto, non mi vergognavo di avere indosso abiti non firmati, mi vergognavo di essere vestito.

Chiesi a Gianna il numero di cellulare della Lang e provai a chiamarla, ma non rispose. Nel frattempo Kwame provò a chiamare l'albergo dove alloggiava con le altre modelle e gli dissero solo che non avevano notizie di lei. Lasciammo il nostro numero sia alla reception dell'albergo sia a Gianna, per informarci se la Lang si fosse fatta viva.

Ci congedammo e stavamo tornando verso il corridoio da cui eravamo venuti quando Kwame mi disse di aspettarlo. Andò da Rachele e lo vidi stringerle la mano, scambiare qualche parola, porgerle il nostro biglietto da visita e appuntarsi qualcosa sul cellulare.

Venne verso di me sorridendo e riprendemmo a camminare.

«Le ho chiesto il numero di telefono.» Disse.

«Vuoi uscirci insieme?»

«Non è per me, è per te.»

«Per me?»

«Sì, Edo, ho visto come ti guardava.»

«Forse guardava te, a te ha dato il numero.»

«Nah, il numero l'ha dato agli investigatori che potrebbero aver bisogno di altre informazioni.»

«Forse sorride a tutti.» Dissi tanto per dire.

«Tu le sorridevi, e le ricordavi qualcuno per cui ha provato affetto da bambina.»

«Forse un fratello paffutello.»

«Non direi che fosse affetto fraterno.»

«Kwame, te lo chiedo per favore, non farmi da mezzano.»

«Che sia andata male con la tua ex-moglie non significa debba andar male con ogni donna.»

«Sì, e tu pensi che una modella come Rachele esca con uno come me.»

«Gli abiti non sono tutto.»

«Sei sicuro che non riesci a leggermi la mente?»

«Sì, col tempo ho imparato a pensare come te.»

In quel momento squillò il telefono di Kwame. Enrico Lamprini riferì che l'amica di sua figlia ci aspettava, ci diede l'indirizzo, il cognome sul citofono e il numero di cellulare per ogni evenienza.

Salimmo sul nostro piccolo furgone bianco e ci avviammo.

3

La notte in cui Federica è scomparsa, alle sfilate di Milano non era successo nulla di grave. Questo posso dirlo perché durante le settimane della moda, appunto due volte l'anno, noi ci piazziamo nel raggio di un chilometro dalle sfilate, per lo più ci fermiamo in via Dante, al centro di quello che io chiamo il quartiere delle sfilate.

Nel raggio di un chilometro, Kwame è in grado di percepire le “onde mentali”. Lo so, è difficile da credere, e all'inizio non ci credevo nemmeno io, ma Kwame è davvero in grado di percepire le sensazioni delle persone intorno a sé. Io gli dico che legge la mente della gente senza pudore e lui precisa che non può leggere la mente ma recepire lo stato d'animo e i moti emozionali.

La cosa più eccezionale, e glielo ho visto fare, è influenzare una persona affinché faccia ciò che per remora, freni inibitori, educazione o ipocrisia non farebbe. Per riuscirci deve conoscere la sua esatta “frequenza” e per conoscerla deve toccare la persona in questione, anche solo sfiorarla.

La cosa terribile è che, se volesse, Kwame potrebbe prendere il pieno controllo di quella persona, potrebbe manovrarne il corpo come si manovra un burattino. A detta di chi l'ha provata, è una sensazione spiacevole, una gabbia stretta e buia dove gli occhi sono accecati da una luce intensa, i timpani ronzano pervasi da un suono assordante, le narici avvertono odore sgradevole, la lingua assapora saliva acre; la pelle prude sfiorando le pareti della gabbia, più che altro un loculo, mentre gli occhi lacrimano, le orecchie sentono il peso della pressione e l'equilibrio è perso, la bocca si impasta, il naso cola e respirare è impossibile. Per Kwame la situazione non è migliore: non mi ha mai descritto cosa prova chi manovra il burattino, ma ha detto che sono in due a perdere il controllo del proprio corpo per ritrovarsi in uno spazio angusto senza tempo e orientamento.

A parte il fatto che Kwame non aveva percepito nulla di strano, la notte in cui Federica è scomparsa non c'erano state sirene di Polizia o ambulanza nel quartiere delle sfilate. Anche le notizie di quella mattina non avevano riportato nessun fatto grave nella zona per la sera prima.

Kwame stava trafficando con il suo cellulare quando il mio ricevette un messaggio. Per non staccare le mani dal volante, stavo per chiedere a Kwame di prendere il mio cellulare dal giubbotto, ma lui disse che mi aveva mandato il numero di Rachele.

«Fammi la cortesia di non cancellarlo almeno finché siamo a Milano.» Aggiunse.

Decisi di cambiare discorso e gli chiesi cosa pensasse dello stilista, non mi sembrava molto affidabile. Kwame era d'accordo con me.

«Hai notato che parlando di Federica ha usato il passato come se fosse morta?» Gli chiesi.

«Sì, ho percepito qualcosa di strano in lui, nasconde qualcosa, teme di essere scoperto, ma non riesco a capire se ciò sia legato a Federica.»

«È aporia?»

Ho imparato da Kwame che un'aporia è una difficoltà insolubile di un ragionamento. «Posso sapere quando le persone mentono, ma non posso sapere se ciò che ritengono vero è vero.» Mi aveva spiegato. Questa è l'Aporia di Kwame, la sua difficoltà nel ricavare informazioni vere dalle sue percezioni. Nelle nostre indagini abbiamo un'arma segreta, ma per il resto dobbiamo indagare alla vecchia maniera: cercando prove e conferme.

«Forse.» Rispose Kwame. «Non ha mentito, ma nasconde qualcosa.»

«Dovremmo stargli addosso?»

«Se stasera non abbiamo una pista migliore, ci fermiamo fuori Palazzo Clerici e lo seguiamo.»

«Pensi che c'entri qualcosa con la scomparsa di Federica?»

«Potrebbe.»

«E le altre?»

«Gianna e Marta?»

«Sì, che impressione ti hanno fatto?»

«Gianna è un po' invidiosa di quelle col fisico più asciutto del suo, ma è collaborativa e generosa: una bonacciona. Marta, invece...»

«Vediamo se ci arrivo: è una bona che se la tira?»

«Diciamo così. È distaccata, sembra concentrata solo sulla sfilata come se deve andare tutto liscio per poter fare qualcosa dopo, aveva una certa apprensione.»

«Mentivano quando hanno detto che Federica non ha confidato nulla di personale?»

«Direi di no.»

«Pensi che le sia successo qualcosa di brutto?»

«Qualcosa le è successo, hai visto la sua camera?»

«Sì, è una ragazza ordinata.» Dissi.

«È più che ordinata, odia il disordine, è metodica. Sistema la camera, legge molto, scrive un diario personale, ha poche amiche ed è ambiziosa.»

«Vediamo se ci arrivo di nuovo. Vuoi dire che è una ragazza onesta, istruita, riservata e pensa in maniera ordinata.»

«Sì, una figlia unica non viziata che aiuta in casa e ha un buon rapporto con i genitori. Suo padre è un eroe che la scorta nel suo mondo di stoffe, il mondo dove lei vuole vivere e lavorare. Sua madre è la sua migliore amica e confidente, almeno lo è stata finché Federica non è cresciuta un po'. Probabilmente ora parla solo di abiti, trucco e parrucco anche con lei e le questioni più intime le scrive nel diario.»

«Perché non l'hai aperto?»

«Per lo stesso motivo per cui sua madre non lo aprirà e non lo farà aprire a suo marito.»

«Cioè?»

«Per rispetto. Federica è scomparsa ieri notte e nel diario non c'è una pista da seguire.»

«Credi davvero in un evento così improvviso?»

«Sì. Una ragazza di parola, che rientra in orario e non ha ancora contrariato i suoi genitori, avrebbe chiamato, se avesse potuto. Se avesse avuto problemi da tempo, avrebbe detto qualcosa, i genitori se ne sarebbero accorti.»

Il ragionamento non faceva una piega.

4

La donna che ci aprì la porta aveva sicuramente passato la quarantina d'anni, perciò non poteva essere Beatrice.

«Prego.» Disse lasciandoci entrare. «Mia figlia è in soggiorno.» Ci accompagnò e ci pregò di accomodarci, dopo scomparve in una stanza attigua.

Ci presentammo a Beatrice e lei si scusò di accoglierci vestita in tuta sportiva. Le era salita la febbre il giorno prima e per quel motivo non era andata alla sfilata con Federica.

«Non deve preoccuparsi di nulla.» Disse Kwame. «La ringraziamo per averci accolto. Sono sicuro che a Federica è dispiaciuto molto che lei non andasse alla sfilata.»

«Sì, abbiamo parlato molto per telefono ieri pomeriggio.»

«Le è sembrata strana?» Chiesi io.

«No, era davvero contenta di poter assistere alla sfilata dalla prima fila. Ha detto che oggi ci avrebbe scritto un post per il suo blog.»

«Come si chiama il blog?»

«Fed'èfashion.»

Non credevo di aver capito bene. «Fedefashion?» Chiesi.

«Fede è fashion,» disse marcando l'accento sul verbo, «contratto: Fed'èfashion, ma nell'indirizzo Internet è un'unica parola senza accento sulla e.»

«Nel blog ci sono i suoi contatti dei social network?»

«Sì.»

«Ne ha altri riservati?»

«No.»

«Vi siete sentite durante o dopo la sfilata?» Chiese Kwame.

«Ci siamo scambiate un sacco di messaggi. Mi ha mandato alcune foto della sfilata, ha detto che ne stava scattando a ripetizione e mi avrebbe raccontato tutto per filo e per segno prima di scriverlo nel blog.»

«Ha parlato di Gerdie Lang o della festa privata a cui sarebbero andate?»

«Mi ha mandato una foto di loro due e mi ha scritto che stavano andando a una festa poco fuori città.»

«Non ha detto altro?» Chiesi io.

«È stata l'ultima cosa che ha scritto, ci siamo salutate e abbiamo smesso di messaggiare. Poi più niente. Non risponde a messaggi e chiamate.»

«Lo sappiamo. Che ora era?»

«L'una e qualcosa.» La ragazza prese il suo cellulare da un ripiano della libreria a giorno che faceva parte del mobilio intorno a noi e recuperò il messaggio. «L'una e dodici.» Disse mostrandoci il messaggio e la foto.

Nella foto Federica era con le braccia conserte, protesa in avanti con il lato destro del corpo. Su quel fianco, Gerdie era in posa di profilo, poggiava il braccio sinistro sulla spalla di Federica e l'altro era rivolto verso l'obiettivo per mostrare pollice, indice e mignolo, sollevava la gamba sinistra a creare un angolo di novanta gradi con la destra.

Gerdie aveva le spalle quadrate, il corpo esile con curve appena accentuate, capelli biondi e uno stacco di gamba considerevole, nonostante ciò indossava tacchi vertiginosi e un vestitino oro scintillante lungo appena sotto l'inguine. Non aveva nulla di orientale.

«Credevo che Gerdie fosse orientale.» Dissi.

«Non si faccia ingannare dal cognome, Gerdie è tedesca e pure il suo cognome.»

«Non sembra scattata a Palazzo Clerici.» Notò Kwame. «Sa dove?»

«Hanno fatto il giro di diversi locali, non so in quale è stata scattata.»

«Anche lei frequenta l'Istituto Marangoni?» Chiese Kwame.

«No, frequento un master in fotografia alla NABA, l'Accademia di Belle Arti.»

«Da quanto tempo siete amiche?»

«Dalle elementari.»

«Vi raccontate le esperienze amorose?»

Da questa domanda, capii che Kwame mirava a qualcosa. Beatrice sembrava imbarazzata, ma rispose.

«Sì.»

«Quindi lei sa come è finita con il suo ultimo fidanzato?»

«Sì, cosa c'entra?»

«Sono curioso. L'ex-fidanzato ha risentimenti? Motivi per farle del male?»

«No. Lei e Massimo vanno d'accordissimo, sono ancora buoni amici.»

«Lei è amichevole e lui fa l'amico, intende?»

«Può metterla così. Massimo le vuole troppo bene, non le farebbe mai del male. Deve solo trovare la ragazza che lo ama più di Federica e lei ha detto che quando salterà fuori, lo spingerà fra le sue braccia.»

«Massimo frequenta l'Istituto Marangoni?»

«No, è un impiegato di banca.»

«C'è qualcuno che gira intorno a Federica nell'Istituto?»

«No.»

«Altrimenti glielo avrebbe raccontato, giusto?»

«Sì.»

«Le ha mai tenute nascoste attenzioni, attrazioni o relazioni amorose?»

«No.»

«Prima che fosse ricambiata?»

«No.»

«Prima che lei ricambiasse?»

«No.»

Capii dove Kwame voleva andare a parare. Federica aveva i capelli neri e lunghi, gli occhi neri e profondi, le labbra definite e morbide, un corpo tornito con fianchi pronunciati e belle gambe, certo non lunghe quanto Gerdie ma comunque attraenti. Federica non poteva non avere ammiratori.

«Le ha detto qualcosa che le è sembrato strano?» Chiese Kwame cambiando argomento.

«No, abbiamo parlato della sfilata e degli abiti. Mi ha detto che Gerdie ci teneva a fare una foto tutte e tre, anche con me che presto sarei diventata la sua fotografa personale, si augurava che riuscissi a mettere il naso fuori di casa prima che partisse per Parigi. Cose del genere.»

Le porsi un nostro biglietto da visita, le chiesi di girarmi via e-mail tutte le foto che Federica le aveva inviato e di chiamarci se avesse ricordato qualche informazione che potesse aiutarci a trovare la sua amica.

«Un'altra cosa.» Disse Kwame. «Sa come si muovevano?»

«Con un'auto con autista, credo dell'albergo di Gerdie.»

Mentre scendevamo le scale del palazzo, chiesi a Kwame cosa pensasse di Beatrice.

«Qui sì che c'è l'Aporia.» Disse. «È davvero convinta che Federica non le abbia tenuto nascosto nulla, però potrebbe essere vero il contrario.»

«Dici che Federica nasconde qualcosa.»

«Forse.»

«Seguiamo la pista passionale?»

«Dipende.»

«Da che?»

«Da Gerdie. Se non spunta fuori, è soggetto o oggetto della scomparsa di Federica. In quest'ultimo caso, difficilmente un uomo solo avrebbe potuto trattenere due donne.»

«A meno che non le abbia stordite a sorpresa.» Dissi.

«Già, ancora tutto può essere.»

Uscimmo in strada e tornammo al nostro furgone. Kwame chiamò Gianna e poi la reception dell'albergo, ancora nessuna notizia di Gerdie. A quel punto, la modella doveva essere coinvolta. Chiesi a Kwame quale sarebbe stata la nostra prossima mossa.

«Pranziamo, poi facciamo un'ispezione nell'albergo.»

5

Ci presentammo al concierge ma era indaffarato a verificare alcune disponibilità con il suo computer, quindi non ci strinse la mano.

«Scusi il disturbo,» riprese Kwame, «vorremmo alcune informazioni su una vostra ospite, la signorina Gerdie Lang.»

«Come ho detto, sono un po' preso, ma non potrei aiutarvi lo stesso. Qui vige il massimo rispetto per la privacy degli ospiti.» L'uomo riportò lo sguardo sullo schermo del computer e riprese ciò che stava facendo.

«Comprendiamo.» Disse Kwame. «Se ci chiama il direttore, lui potrebbe autorizzarla a risponderci. Sono solo poche domande. Farebbe una grande cortesia a noi e alla signorina Lang.»

Il concierge chiese a una collega di chiamare il direttore, nel frattempo lui trovò la disponibilità che cercava e chiamò il cliente per avere conferma e bloccare la camera.

Il direttore era un tipo allampanato e molto cortese, ci presentammo e ci strinse la mano.

«Scusi il disturbo, l'abbiamo fatta chiamare perché vorremmo alcune informazioni su una vostra ospite, la signorina Gerdie Lang.» Disse Kwame. «Il concierge ci ha illustrato la vostra politica sulla privacy e vorremmo che lei ci assista per autorizzarlo a rispondere o meno alle nostre domande.»

«Va bene, chiedete pure.»

Cominciai io. «Quando è stata qui l'ultima volta la Lang?»

Il direttore fece un cenno di assenso col capo al concierge.

«Ieri sera, alle undici e trenta circa.» Rispose quello.

«Avete le chiavi elettroniche alle porte?»

«Sì.»

«Non può dirmi l'ora esatta?»

«No. La signora non è salita in camera.»

«Perché?»

«È tornata solo per prendere l'auto a noleggio.»

«Aveva un'auto a noleggio?»

«Mi ha chiesto di noleggiarne una.»

«Quando?» Chiese Kwame.

«Ieri pomeriggio prima di lasciare l'albergo.»

«L'ha noleggiata a suo carico?»

«Sì.»

«Quindi aveva la patente?» Chiese ancora Kwame.

«Sì, l'ho trasmessa io stesso all'agenzia via e-mail.»

«Ma non vogliono vedere l'originale?» Chiesi.

«Hanno fatto un'eccezione per la signorina Lang, è una loro cliente.»

«Ci servono gli estremi dell'agenzia di nolo.» Dissi.

Il concierge mi porse un opuscolo pubblicitario con tutti i riferimenti. «Sono convenzionati anche con noi.»

La targa non se la ricordava, ma seppe dirmi colore e modello dell'auto. Li appuntai sull'opuscolo che poi misi in tasca.

«Immagino che lei stamattina non fosse di turno.» Riprese Kwame. «Può controllare se per caso la signorina Lang è rientrata nella sua camera, anche per poco tempo?»

Dopo l'assenso del direttore, il concierge verificò e ci diede risposta negativa. Ci informò che Gerdie Lang aveva la chiave elettronica con sé, ma non era più rientrata in camera dal pomeriggio precedente.

«Saprebbe dirci con quale auto è venuta qui ieri sera?»

«Con l'auto dell'albergo. Come richiesto dalla signora, il nostro autista era fuori Palazzo Clerici alle undici per portarla qui dopo la sfilata.»

Quindi l'auto dove Gerdie e Federica si erano scattate una foto sui sedili posteriori era quella dell'albergo. Le foto che Beatrice mi aveva girato confermavano la tempistica.

«Era sola?»

«No, era in compagnia di una ragazza mora.»

Presi il cellulare e gli mostrai la foto di Gerdie e Federica dove erano in posa, lui confermò che era la stessa ragazza.

«Riconosce per caso il locale sullo sfondo?» Chiesi.

Il concierge guardò di nuovo la fotografia ma non lo riconobbe, del resto c'erano pochi dettagli, sembrava una sala privata.

«La Lang è venuta qui da lei a prendere i documenti della macchina?» Chiese Kwame.

«Sì, ha firmato il contratto per l'agenzia che hanno ritirato stamattina, ha preso le chiavi e sono andate via.»

«Per quanti giorni ha noleggiato l'auto?»

«Due: oggi e domani.»

«Mentre erano qui, Gerdie e la ragazza hanno parlato di qualcosa?»

«No.»

Kwame lo ringraziò per la collaborazione, poi chiese al direttore se potevamo parlare con l'autista che aveva accompagnato Gerdie e Federica all'albergo. Il concierge ci disse che era fuori in servizio, allora chiesi di poter parlare con uno degli addetti al piano dove alloggiava la Lang. Il direttore titubava, vidi Kwame chiudere per un attimo gli occhi e l'uomo acconsentì.

Fummo presentati a un uomo di media altezza, abbastanza in forma e dai capelli riccioluti. Anche lui fu cortese e ci strinse la mano, questo è ciò che serviva a Kwame.

«Lei sa qual è la stanza della signorina Gerdie Lang?» Chiesi col tono di una domanda retorica.

«Sì, la 232.»

L'espressione del direttore lasciò intravedere per un attimo il suo disappunto. Sapevo che né lui né il concierge ce lo avrebbero detto e avevo scommesso con Kwame che l'addetto me l'avrebbe rivelato. Avevo vinto la scommessa con grande soddisfazione.

«Appunto.» Dissi. «Non vogliamo alcun particolare o informazione privata, vogliamo solo sapere se lei o i suoi colleghi avete notato comportamenti strani della Lang mentre entrava o usciva dalla camera.»

«No.»

«Ha mai chiesto a lei o ai suoi colleghi che le fosse aperta la porta perché non aveva la sua chiave?»

«A me no e credo neanche ad altri.»

Feci la stessa domanda al concierge e dopo il consenso del direttore rispose di no.

Mi rivolsi di nuovo all'addetto: «L'ha mai vista in compagnia di un altro ospite dell'albergo?»

«Signori, adesso basta.» Disse il direttore. «Non posso farvi continuare su questa strada.»

«Mi scusi. Le dispiace se ci accomodiamo un po' nella hall, nel caso la Lang dovesse rientrare?»

«Fate pure, purché non importuniate i nostri ospiti.»

«Glielo prometto, non parleremo con nessuno.»

6

Presi il mio computer portatile dal furgone e rientrai nella hall dell'albergo, raggiunsi il divanetto dove Kwame sedeva e mi sistemai al suo fianco. Eravamo in un angolino appartato da dove si vedeva il banco del concierge e sembrava che lui non ci togliesse gli occhi di dosso, ma all'esterno eravamo solo due che si facevano i fatti loro.

«Io vado.» Sussurrò Kwame.

Gli feci un cenno col capo e aprii il mio portatile, lui si adagiò al divanetto come per riposare un po' e chiuse gli occhi.

Mentre Kwame se ne andava a zonzo per l'albergo all'interno dell'addetto a cui aveva stretto la mano, io cominciai a leggere il blog di Federica. Mi sarei fatto un'idea sulla ragazza e avrei ingannato l'attesa perché sapevo per esperienza che Kwame ci avrebbe messo un po'. Non gli piace manipolare la gente, non solo perché più bisogna interferire con la volontà di una persona più in trance deve scendere, ma anche per una questione di rispetto. Kwame era solito fare da spettatore e intervenire poco, giusto il necessario. Una volta gli chiesi di spiegarmi cosa accade in quel momento e mi rispose che era un po' come viaggiare in auto con un amico: lui guida e tu sei accanto, vedete la stessa strada con una prospettiva leggermente diversa; quando tu intervieni, si invertono le visuali e il guidatore può vedere sé stesso al volante e continua ad avere la sensazione di guidare anche se non è più lui a guidare. Non mi ha mai spiegato cosa si prova nel manovrare in toto il corpo di qualcuno, immagino che sia simile a chiuderlo nel bagagliaio e portarlo con sé, ma non capisco come guidare un'auto sarebbe spiacevole quanto essere chiuso in un loculo.

Nel blog, Federica scriveva solo di moda. Esprimeva i suoi gusti e i suoi giudizi su abiti e accessori, ma non riferiva mai fatti personali, era molto professionale. Da come scriveva gli articoli e rispondeva ai commenti dei lettori, dedussi che doveva avere, oltre a una grande preparazione, anche una gran parlantina, almeno quando la conversazione riguardava la moda. Nei social network non c'erano suoi messaggi più recenti di due giorni prima. Sembrava che in rete avesse una dozzina di amiche con cui parlava più spesso, ma non riuscii a trovare nulla di personale da nessuna parte.

Cercai Gerdie Lang su Internet e spuntarono una miriade di risultati. Forse era molto famosa e io ero rimasto a Claudia Schiffer e Naomi Campbell, o più semplicemente questa è la rete, una nicchia di mondo dove si amplifica tutto. Puoi essere famoso lì e sconosciuto a molti.

Pur non essendo arrivata in cima alla scala mediatica, Gerdie Lang era già testimonial di gioielli, lingerie e profumi. C'erano video e foto con lei protagonista in ogni situazione, alle occasioni mondane come anche in tuta per strada. Si spettegolava della sua vita privata e dei suoi ex amori. Si criticavano le sue scelte e le sue apparizioni.

Trovai alcune foto scattate a Palazzo Clerici con un articolo sulla sfilata della sera prima, Gerdie non appariva con Federica ma con altri personaggi illustri del mondo della moda. Cominciai a leggere l'articolo quando a un tratto l'addetto al piano di Gerdie si avvicinò a me.

«Mi aveva chiesto un taccuino, signore?»

Guardai Kwame, aveva ancora gli occhi chiusi.

«Sì, grazie.» Risposi.

L'addetto prese un taccuino dalla tasca della divisa e me lo porse, si allontanò e un paio di minuti dopo Kwame riaprì gli occhi.

«Vogliamo andare?» Disse sorridendo.

Io sorrisi e gli porsi il taccuino. «Andiamo, va'.»

Lui col taccuino in tasca e io col mio portatile uscimmo dall'albergo e salimmo sul nostro furgone.

7

Kwame mi raccontò come aveva ispezionato la camera di Gerdie Lang mentre con una matita del portaoggetti ricopriva il taccuino di grafite.

Ogni volta che Kwame indirizza la volontà di qualcuno verso un nostro obiettivo, mi sorprende il movente che sfrutta. Potevo immaginare che il direttore volesse evitare scandali nel suo albergo e perciò in fondo voleva collaborare, ma non riuscivo a immaginare perché l'addetto dovesse entrare nella camera della Lang dopo che Kwame se ne era andato a spasso con lui per familiarizzare con l'ambiente. Glielo chiesi.

«È un tipo scrupoloso, mette cura in tutto ciò che fa e molto spesso dubita se ha fatto abbastanza. Aveva uno di questi dubbi per alcune camere e l'ho spinto anche nella camera di Gerdie Lang.»

Scarpe, vestiti e gioielli all'apparenza costosi erano sparsi un po' ovunque nella camera della modella. Il suo nécessaire da viaggio era in bagno, ma non conteneva nulla di particolare: a parte forbicine, depilatore, taglia ciglia e altri strumenti di tortuosa bellezza, c'erano solo alcuni medicinali.

Sul comodino a fianco al letto, c'erano una copia de “Le affinità elettive” di Goethe in tedesco e un taccuino dell'albergo che aveva attirato l'attenzione di Kwame. Gerdie aveva scritto qualcosa sulla prima pagina e l'aveva staccata, ma aveva la mano pesante.

«Cosa c'era scritto?» Chiesi.

Kwame sollevò la matita e lesse: «Via Caldera incrocio via Sergio Tofano.»

«Prova a cercarle sul navigatore.»

«Il taccuino lo metto nel cassetto insieme al tuo, può farti comodo.»

Ho la mania di buttar su carta i miei appunti. Se posso, preferisco scrivere su carta piuttosto che prendere appunti sul cellulare o sul portatile.

Kwame chiuse il cassetto e si dedicò al navigatore. Mi informò che via Caldera era alla periferia occidentale di Milano verso Settimo Milanese, potevamo raggiungerla da via Novara in una ventina di minuti circa.

Suggerii di andare prima all'agenzia di nolo e Kwame fu d'accordo con me.

In quel momento, Enrico Lamprini chiamò Kwame, voleva sapere se avevamo novità su sua figlia.

«Sembra che si sia allontanata con Gerdie Lang.» Rispose. «Stiamo seguendo una pista. Se arriviamo da qualche parte, la richiamo in serata, altrimenti ci sentiamo domattina. Ci saluti sua moglie e le dica che ci stiamo impegnando.»

Kwame rimise il cellulare nella tasca della sua giacca di gabardine e si accorse che lo stavo guardando.

«Che c'è?» Disse. «Non gli ho dato false speranze.»

Kwame aveva l'abitudine, per me errata, di consolare chi soffriva la scomparsa di qualcuno dando speranze. In genere diceva di essere sicuro che l'avremmo ritrovato, e la maggior parte delle volte aveva ragione. Io, però, ero dell'idea che le false speranze possono creare più dolore di quanto lo crei sapere che la persona scomparsa potrebbe non tornare. Kwame voleva convincermi che le speranze sarebbero state false quando ci fosse stato dolore da soffrire e, in quel momento, il dolore va sofferto in un'unica volta, come togliersi un cerotto.

«È questo che mi preoccupa.» Dissi.

«Forse sono io che mi sto convertendo, anziché tu.»

«O c'è qualcos'altro.»

«Questa storia non mi piace, non abbiamo ancora nessuna pista concreta su Federica e siamo attaccati alla scia di Gerdie Lang.»

Non sapevo proprio cosa replicare, così rimanemmo in silenzio fino all'agenzia di autonoleggio.

Nell'agenzia fummo indirizzati a un piccolo ufficio ricavato con divisori d'ambiente, al cospetto di uno dei responsabili. Era un tipo magrolino con i capelli scuri e un volto comune, vestito in giacca e cravatta. Parlava al telefono e ci fece segno di accomodarci con la mano che stringeva una penna e con cui giocherellava.

Quando terminò la chiamata, ci presentammo. Non ci strinse la mano e con “piacere” liquidò i convenevoli e continuò a giocherellare con la sua penna. Ripetemmo ciò che avevamo detto a chi ci aveva mandati da lui. Tirò fuori la faccenda della privacy e cominciò un panegirico sulle politiche di riservatezza dell'agenzia. In altre circostanze l'avremmo anche ascoltato, ma non potevamo perderci in chiacchiere. In altre circostanze Kwame l'avrebbe interrotto con parole cortesi, invece gli prese la mano che giocherellava. All'apparenza per fermarlo, esasperato da quelle dita contorsioniste, in realtà per toccarlo.

«Scusi,» disse Kwame, «ma è una cosa importante. Due donne sono scomparse.»

L'uomo rimase colpito non dal tocco ma dal tono deciso e non offensivo di Kwame.

«Mi creda, sono spiacente, ma non posso aiutarvi.»

«Senta,» riprese Kwame, «vorremmo solo sapere se potete localizzare l'auto noleggiata da Gerdie Lang.»

«Possiamo, ma lo facciamo solo in circostanze particolari.»

«Tipo?»

«Furto.»

«Scomparsa?»

«L'auto è noleggiata fino a domani, quindi non è scomparsa.»

«Parlavo delle donne, non dell'auto.» Precisò Kwame lanciandomi uno sguardo.

Capii subito che non riusciva a smuovere l'uomo.

«Abbiamo alcuni dettagli dell'auto,» dissi, «potrebbe dare un'occhiata al contratto di nolo e dirci solo se sono sbagliati? Non credo che così lei infranga la privacy.»

L'uomo mi fissò per un attimo, poi annuì e si fece portare un fascicolo. Lo sollevò e lo guardava come un giornale da cui non voleva farci leggere.

Presi l'opuscolo che avevo in tasca e lo lessi alla sua maniera. Lessi modello e colore dell'auto, lui non disse nulla. Non sapendo se la targa fosse scritta sul foglio che lui stava guardando, ne inventai una. A dire la verità, era la targa di un'auto che ci aveva preceduto lungo la strada fin lì. Da ragazzo ho preso l'abitudine a leggere e ripetere a mente la targa delle auto che mi precedono, perché in caso di incidente mi sarebbe servita. Col mestiere che faccio adesso, questa abitudine mi è molto utile negli inseguimenti.

L'uomo girò un foglio e mi chiese di ripetere la targa, gliela ripetei alla perfezione.

«No, la targa è sbagliata.» Disse.

«Qual è quella giusta?»

«Spiacente, non posso dirgliela.»

Lo salutammo e tornammo al bancone all'ingresso, lasciammo un nostro biglietto da visita chiedendo la cortesia che ci facessero chiamare da Gerdie Lang quando avesse consegnato l'auto. Anche se speravamo di trovarla prima di allora.

L'estratto finisce qui.

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