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Apoptosis
Copertina
Romanzo, Fantascienza, Italiano, 280 pagine
Editore: Renato Mite, Italia 30/09/2013
ISBN: 9788891066619
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Sezione I

Paragrafo 1

Paragrafo 2

Paragrafo 3

Paragrafo 4

Paragrafo 5

Paragrafo 6

Paragrafo 7

Paragrafo 8

Paragrafo 9

Paragrafo 10

Paragrafo 11

Renato Mite

Apoptosis

Tutti i diritti sull'opera Apoptosis appartengono all'autore Renato Mastrulli.


Questa storia è frutto dell'ingegno dell'autore.


Ogni riferimento a fatti accaduti o cose, persone, organizzazioni esistenti è da ritenersi puramente casuale.
I riferimenti a fatti, cose, persone, organizzazioni di portata pubblica (come ad esempio la World Health Organization) sono stati inseriti per dare verosimiglianza alla storia.
L'autore non è in nessun caso responsabile per l'uso delle nozioni medico-scientifiche, reali o immaginarie, contenute nel testo.



Immagine in copertina © 2013 Renato Mastrulli



I

La breccia


1

La lampada del corridoio illuminò la stanza buia e silenziosa dove la donna dormiva.

Agnes possedeva una figura snella ma non filiforme, la bocca sottile, il naso piccolo e regolare, gli occhi e i capelli neri. Tutte qualità tramandate a sua figlia Elizabeth.

Matt socchiuse la porta alle sue spalle senza far rumore e allo stesso modo si addentrò nella camera della donna.

La luce che filtrava dallo spiraglio spezzava il buio della camera in due.

Matt si avvicinò al letto, la coperta era ben tirata su. Guardò verso la porta dove non scorse presagi di un'irruzione. Puntò la torcia tascabile verso la coperta e la tentazione si fece più forte. Dovette imporsi la calma più volte prima che le mani fossero ferme come quelle di un bravo chirurgo e tutte le volte fu necessario spiare il corridoio attraverso la fessura. Avrebbe dovuto starsene seduto sul divano a rigirarsi i pollici e fantasticare sull'eventualità che Liz si presentasse al suo cospetto in accappatoio, ma la doccia durava molto e ora temeva che non durasse abbastanza. Operò con lentezza e si fermò in molte occasioni per il sospetto che stesse per svegliare la donna. Quando riuscì a scoprire quel piccolo lembo di tessuto cutaneo, illuminò le minuscole chiazze, simili a nei sbiaditi, che corroborarono la sua ipotesi saziandolo con entusiasmo e voluttà.

Non poté godersi né l'uno né l'altra come li avesse ingoiati, si ritrovò in apprensione nel momento stesso in cui la camera si rabbuiò per lo sfarfallio della luce del corridoio. “Liz!”

Spense la torcia e rimboccò la coperta giusto in tempo.

Elizabeth spalancò la porta e rimase sulla soglia, non poteva credere che Matt fosse in camera di sua madre. Minacciosa, gli fece segno di uscire subito.

«Va' in soggiorno!» Gli bisbigliò appena fu vicino.

Egli sedette sul sofà, nello stesso posto dove giorni prima si era accomodato per passare con Liz un pomeriggio di studio e di baci. Baci resi più eccitanti perché scambiati con sua madre che si aggirava per casa. In quell'occasione, Agnes aveva offerto loro fette di ciambellone e succo d'arancia per fare una pausa. Matt aveva notato i passi della donna un poco impacciati nel muoversi fra il basso tavolino e le poltrone intorno, come anche il lieve, quasi impercettibile, spasmo muscolare dei flessori del braccio destro quando, posato il vassoio, si era allontanata con una certa premura. In seguito, Liz aveva appreso che sua madre era corsa in bagno a vomitare, ma non l'aveva raccontato al suo ragazzo.

Matt non trovava una posizione comoda. Rigirava la piccola torcia fra le dita e cercava di districare il garbuglio dei suoi pensieri per ricavarne le parole giuste da dire.

Liz tornò solo dopo essersi assicurata che la madre dormisse e dopo aver chiuso tutte le porte che li separavano. Sedette accanto a lui furibonda e, non riuscendo ad emettere suoni per timore di gridare, gli gesticolò contro e lo picchiò.

Matt si difese a malapena, posò sul tavolo la torcia che aveva preso da un cassetto della cucina e si alzò. «Io vado.» Disse.

«No,» disse Liz tirandolo giù a sedere, «ora tu mi spieghi perché... e cerca di essere convincente.»

«Non credo che...»

«Non credere!» Disse Liz con voce sommessa. «Parla.»

«D'accordo. Avevo il sospetto che tua madre avesse usato una delle prime versioni del PNS. A meno che quelle chiazze sulla nuca non siano frutto di reazioni a cattive esposizioni solari, causa che non condivido a prescindere dal caso specifico, ho ragione.»

«Cosa?»

«Quello che ho detto.»

«Sarebbe stato più comprensibile che fossi entrato per spiare le nudità di mia madre.»

«Se ignoriamo il fatto che sto con te, per me più appetibile, ho guardato solo la nuca nuda di tua madre. A confronto, non è neanche un peccato veniale.»

«Tu non capisci. Ho detto che sarebbe stato più comprensibile, non lecito; tanto quanto non lo è quello che dici di aver fatto.»

«Scusa, ma...»

«Vattene! E passa per la cucina.»

2

Il Grey Wolves Burrow, più comunemente GWB o Burrow per quelli della città, non era un locale pretenzioso. Il proprietario, un italiano di nome Remo, aveva avuto la geniale idea di unire una discoteca ad una zona ristorante insonorizzata. Il locale disponeva di due entrate, ciascuna ad un angolo del palazzo. Una conduceva alla discoteca, la più appariscente ed eclettica della città, e davanti ai buttafuori si creava ogni sera una lunga fila. L'entrata della zona ristorante, invece, era presidiata da un addetto alla sicurezza solo in serata, quando l'affluenza era maggiore, e c'era stato bisogno di istituire perfino un servizio prenotazioni. La cucina multietnica ne faceva ormai un ristorante a tutti gli effetti, ma l'ambiente e l'arredamento informale ne facevano il luogo di ritrovo frequentato anche nel resto della giornata.

Matt dovette immergersi nella folla di ragazzi in attesa che si liberasse un tavolo. Avanzava a fatica e in pochi istanti perse le tracce della sorella, diradatesi in fretta come increspature sul mare. Senza ostilità, fu spintonato e dovette spintonare per riuscire a passare. Salutò alcuni suoi amici che avevano commesso la sciocchezza di non prenotare e quando arrivò all'uomo della sicurezza, questi lo riconobbe subito e lo lasciò entrare: aveva appena verificato la prenotazione con sua sorella.

Come sempre, ciò che colpiva nel trovarsi di fronte la grande sala del GWB era la contrapposizione fra la quiete del ristorante e la frenesia della discoteca. Un corridoio di alcuni metri divideva i due ambienti, ma questo non impediva ai suoni, né tanto meno alle luci, di farsi strada fino alla sala ogniqualvolta la grande porta sul lato est si apriva per lasciar passare gli avventori che, terminato di cenare, volevano abbandonarsi alle danze o viceversa. I tavoli del ristorante erano tondi con al centro un piano girevole in cui era incassato un monitor touchscreen ed una tastiera a scomparsa. Un sedile a semicerchio circondava il tavolo con le spalle rivolte verso altri due sedili. La disposizione poteva sembrare disordinata ma, vista dall'alto, formava con tre tavoli una stupenda figura geometrica che si ripeteva per tutta la sala creando una sorta di labirinto. Non privo di logistica: le cameriere riuscivano ad orientarsi. Infine, il bar del ristorante disposto sulla parete ovest era identico a quello della discoteca nella struttura come nell'affluenza di clienti.

Matt si diresse al bar gremito di gente dove il chiacchiericcio si imponeva alla fievole musica diffusa nella sala. Guardò verso i tavoli ed erano pieni, Liz non avrebbe potuto fermarsi nemmeno per starnutire. Chiese permesso ad una ragazza con un sensuale décolleté asimmetrico a forma di cuore e si sporse sul bancone.

«Ehi, Rocket-man,» disse al barista, «ma questo posto non scoppia mai?»

Il barista terminò di servire un aperitivo giallo limone e si avvicinò. La sua collega, Sarah, era all'altro capo del bancone.

«Non è ancora successo, Matt.»

«Hai tempo per un terzo grado?»

«Mentre ti servo da bere.»

«Allora fammi un cocktail bello complicato.»

Rocket-man si accinse a racimolare gli ingredienti per il cocktail analcolico preferito da Matt.

«C'è Liz stasera?»

«Chi? quel gran pezzo di stacanovista che perde tempo con te? sì che c'è.»

«Non la vedo, dov'è?»

«Solo Iddio lo sa.» Cominciò ad agitare lo shaker. «Guarda verso le cucine. Se non ha imparato a teletrasportarsi, dovresti vederla entrare o uscire.»

«Speriamo bene.» Disse Matt volgendo lo sguardo verso le porte della cucina.

«Ho visto Monica poco fa.» Riprese il barista. «Parlava con Don Remo, credo abbia una prenotazione.»

«Sì, ce l'abbiamo. Come sta Remo?»

«In gran forma. Dovresti sentire come sbraita contro il nuovo pizzaiolo di New Orleans che gli sbaglia la quattro-stagioni.» Versò il cocktail.

«Del resto si sa.» Disse Matt. «Italians do it better.» Bevve un sorso mentre il barista si allontanava con i suoi soldi. Nessun segno di Liz.

Matt si perse nel proprio riflesso allo specchio dietro il bancone e si riebbe quando una ragazza ad un paio di sgabelli alla sua destra gli sorrise sfruttando la riflessione. Ricambiò il sorriso ma senza intesa, sollevò il bicchiere alla sua salute, mandò giù l'ultimo sorso e si incamminò verso i tavoli come se la ragazza non fosse mai esistita.

Monica e Billy erano già nel mezzo di un battibecco inconfondibile.

«Sbaglio o avete cominciato l'incontro senza l'arbitro?» Chiese Matt sedendo. «Chi conterà fino a dieci quando uno dei due andrà a tappeto?»

«Molto spiritoso. È colpa di Billy.»

«Ma sentila! Non darle retta.» Disse Billy e allungò la mano.

Matt batté il palmo contro quello di Billy ed eseguirono un'articolata stretta di mano in sincronia perfetta, inventata e praticata fin da bambini. Monica se ne vergognò.

«Avete già ordinato?»

«Aspettavamo te.»

Matt ruotò il piano centrale del tavolo fino a che il monitor incassato e la tastiera gli furono di fronte.

«Questa è una sorpresa, Billy. Stavi leggendo le notizie o Monica ti ha beccato sul sito di Playboy?»

«Figurati se mi interessa.» Disse Monica.

«Se Remo si avvicina, avvisatemi.» Disse Matt.

«No! Matt, no.» Disse Monica abbassando la voce. «Se entri un'altra volta nella rete locale, ti bandisce a vita.»

«Devo solo dire una cosa a Liz.»

«E non puoi farlo come le persone normali invece di crackare il sistema del locale.»

«Monica non offendere: non sono un cracker, io.» Matt volse lo sguardo a Billy.

«Ehi, non pensarlo nemmeno per scherzo.» Disse Billy.

Qualche minuto dopo, il palmare wi-fi di Elizabeth le mostrò una finestra di conversazione clandestina.

Wile il Coyote> Liz puoi staccare un attimo? ho bisogno di parlarti

Elizabeth gli chiuse la comunicazione un paio di volte prima di infastidirsi e rispondere...

GWB-000A> nn ho tmp! dv lavorare
Wile il Coyote> vieni a prendere la nostra ordinazione
GWB-000A> usa pc
Wile il Coyote> non voglio ordinare con il pc
GWB-000A> nn mangiare
Wile il Coyote> se Remo sapesse che gli stai facendo perdere un cliente...
GWB-000A> sei nella rete ti caccribbi cmq

La conversazione fu interrotta di nuovo.

«Che significa “caccribbi”?»

«Non lo so,» disse Monica, «io vado in bagno. Quando ti decidi ad ordinare, prendimi sushi e acqua.»

«Fa' vedere.» Disse Billy ruotando lo schermo verso di sé. «Credo abbia voluto scrivere “caccerebbe”, devi averla fatta innervosire di brutto se ha mandato in confusione l'OCR del palmare.»

«Sarà stata la fretta.»

«Non credo proprio, sei stato tu a dire che la fretta innesca gli automatismi. La scrittura veloce è un automatismo e credo che ogni cameriera abbia addestrato con quella grafia l'OCR del suo palmare.»

«Perché? chi fa più le ordinazioni a voce?»

«Tutti quelli che pretendono un pizzico di origano fuori posto nelle composizioni predefinite pur di poter fare la loro ordinazione a voce e parlare con le cameriere. È uno stratagemma che uso anch'io qualche volta.»

«Cosa prendi, bel maschiaccio?» Chiese Matt con voce tenue.

«Pizza ai funghi e cola, ma non cambiare discorso. Che hai combinato?»

Matt confermò l'ordinazione a video e fece ruotare il piano centrale senza alcun motivo.

«Ieri notte, dopo il turno, Liz mi ha invitato a stare da lei ed io ho rovinato tutto.»

«Non sarai mica andato subito al sodo, molti studiano con cura la strategia per i tre giorni.»

«La regola dei tre giorni è una stronzata e lo sai, ma non c'entra. Mi ha detto di aspettarla mentre faceva la doccia e io invece sono andato a spiare la madre. Mi ha beccato che le controllavo la nuca.»

«Allora?»

«Mostra anche l'ultimo sintomo nella lista del MainBT: è una antesignana.»

«Non ci credo!»

«Di che parlavate?» Chiese Monica tornando a sedere.

«Parlavamo di te.» Le rispose Billy con sorriso beffardo.

Monica infierì su di loro con la sua piccola borsetta verde.

«Ma che hai capito?» Chiese Billy.

«Non gli ho raccontato nulla.» Disse Matt proteggendosi il volto con le braccia. Non poteva fare a meno di stare allo scherzo.

«Non è per quello. Vi ho sentito, Liz aveva ragione.»

«Hai parlato con Liz?» Chiese Matt serio.

«In bagno. Sei proprio un bastardo. Se la mamma fosse...»

Matt la interruppe con uno schiaffo che le arrossì la guancia. Il mormorio della sala si ridusse a silenzio.

«Lascia fuori la mamma», disse e si alzò per andar via, «e non immischiarti nella mia vita.»

«Liz è mia amica.»

«Ascolta genio: la spiegazione è più complessa di quanto io forse possa esprimere e non voglio sorbirmi i pregiudizi di nessuno. Spero che Liz non voglia accettare consigli elargiti da chicchessia, specialmente da mia sorella. Deve ascoltare me prima di decidere.» Disse Matt indicandosi il petto, dopo gettò un mazzo di chiavi sul tavolo. «Io vado via, prendi la macchina per tornare.

«Resti qui?» Chiese a Billy.

«Vengo con te... Ciao Monica, ti conviene annullare le nostre pizze.»

Nella sala si udiva solo la debole musica di sottofondo. Durante il tragitto verso l'uscita, Matt scambiò un'occhiata con Remo, apparso da chissà dove. Fu una conversazione senza parole. L'uomo non voleva grane nel suo locale e Matt, nonostante gli occhi velati di rabbia, rispose che andava via, non c'era nulla di cui preoccuparsi.

Alle spalle dell'uomo, Matt scorse Liz che si avvicinava a Monica. Con l'aiuto della rabbia, non fu difficile sostenere il suo sguardo riprensivo.

Billy e Matt passarono davanti al bancone del bar, persino l'inarrestabile Rocket-man era fermo a guardarli.

3

Uscirono dal locale e camminarono per un lungo tratto senza parlare. Billy conosceva Matt e sapeva che avrebbe cominciato lo sfogo quando fosse stato in grado di dissimularlo con una delle sue tesi.

«Billy, aiutami a capire. Se esiste un antesignano, ne esisteranno altri e ciò implica l'esistenza di una versione precedente del PNS. Se gli effetti collaterali a lungo termine di quella versione descritti dal MainBT fossero reali, si sarebbe venuto a sapere. Perché nessuno ne ha mai sentito parlare?»

«Dammi pure del fissato, ma come sempre credo che ci sia dietro il governo.» A Billy piaceva la teoria del complotto generale.

«Che vuoi dire?» Chiese Matt.

«Io penso che la prima versione fosse sperimentale. Hanno sviluppato la versione attuale, ritirato la precedente e coperto tutti gli incidenti che si sono verificati.»

«Non credo sia possibile. Accetteresti di sperimentare un aggeggio che ti entra nel sistema nervoso e scandaglia i tuoi impulsi neurali? Nessuno, ti dico nessuno, vuole che qualcuno possa entrare nel suo sancta sanctorum cerebrale dove nasconde scheletri mentali, pensieri maliziosi, amori, odi, rancori, sogni erotici, speranze. Gli strizzacervelli sono temuti proprio per questo.

«Ricordi la diffidenza quando la HOB mise in commercio il PNS? Si credeva che queste macchinette potessero leggerti il cervello con precisione e facilità... e tutti temevano che glielo frullassero. La WHO dovette garantire molto palesemente il PNS e gli studi della HOB sulla Patoneuroscopìa che ne avevano permesso la creazione. Il governo modificò il sistema sanitario nazionale per spingere la gente ad usare “lo strumento che preverrà le malattie e sosterrà generazioni più sane”.»

«Vedi che si va sempre a finire al governo.» Disse Billy.

Il cellulare di Matt squillò mentre scherzavano sulle ingerenze del governo.

«Ehi, Chip!» Rispose.

«Ehi, Matt, dove siete?»

«Siamo sulla 28esima.»

«Vi raggiungo.»

In pochi minuti, Chip giunse preceduto dal rombo della sua moto sportiva. Discese dalla moto e tolse il casco. Salutò entrambi stringendo loro la mano.

In quel momento, un'auto rallentò accanto a loro. Le due ragazze all'interno, vestite casual, sorridenti, ammiccarono ai tre prima di ripartire.

«Io sono qui per voi.» Gridò Chip verso l'auto che si allontanava.

«Torna con i piedi per terra, Chip, pensa a Bianca.» Disse Billy.

«Ragazzi, mi avete dato una grana enorme e Bianca non mi fila. Avrò il diritto di spassarmela ogni tanto, no?»

«Con quelle? Non hai l'estensione necessaria e poi non riusciresti a mettere in pratica la regola dei tre giorni. Scapperebbero prima.» Lo dileggiò Matt.

Billy rise. «Chip non te la prendere. Cosa hai trovato?»

«È questo il punto: non ho trovato nulla.»

«Ma com'è possibile?» Chiese Matt. «Conosci tutti i rigattieri di elettronica della città e non hai trovato nulla?»

«No. Lo sai meglio di me. Tutti i Beep-Beep sono immatricolati e configurati ad... ad...»

«Ad hominem.» Precisò Matt.

«...ad hominem e per giunta al decesso vengono ritirati per tutela della privacy, lo sai, contengono la...»

«Sì, sì, la scatola nera.» Concluse Matt infastidito.

«Insomma, stai dicendo che siamo arrivati in un vicolo cieco?» Chiese Billy.

«Sì.»

«Non ci posso credere.» Disse Matt.

«Se potessi aiutarti lo farei, Matt. Cosa vuoi che faccia?»

«Abbozza uno schema elettronico del Beep-Beep

«Come? Non so niente.»

Senza dubbio Chip era in grado di tracciare uno schema, l'elettronica non era un semplice diletto per lui. Minori conoscenze aveva sui PNS.

«Sai che contiene un dispositivo bluetooth, una scatola nera e poi usa la fantasia.» Disse Matt.

«Dovrei reinventare il Beep-Beep

«No, farne una tua interpretazione.»

«E il Dyelin come lo uso?»

«Ionoforesi.»

«Iono-che?»

«Ionoforesi. Quando torno a casa ti mando alcuni indirizzi internet che possono aiutarti.»

«Ci proverò.»

«Queste qui vogliono provarci con noi.» Li interruppe Billy indicando un'auto che si avvicinava, la stessa di prima.

Matt raggiunse il ciglio della strada mentre gli amici lo guardavano incuriositi, aspettò che l'auto si fermasse accanto a sé e si affacciò al finestrino. Nessuna delle due ragazze indossava il PNS.

«Fatemi indovinare: avete montato una storia per i tre giorni e state andando in bianco?»

«Vogliamo solo divertirci senza tanti pensieri.» Gli rispose la guidatrice.

«Certo, le ragazze non possono ammettere diversamente.»

«Venite con noi oppure no?» Disse l'altra.

«Un attimo.»

Tornò da Billy e Chip dando le spalle alle ragazze.

«Divertitevi.» Disse sottovoce.

«Dici sul serio?» Chiese Chip. Lanciò uno sguardo nell'auto.

«Sì.»

«Come faccio con la moto?»

«Dammi le chiavi, te la riporto a casa io.»

«Tieni, la blu apre il garage.» Disse Chip porgendogli il casco e le chiavi. «Nascondile sotto il vaso vicino alla porta di casa.» Si avviò verso l'auto lasciando Billy e Matt soli.

«Che fai ora?» Chiese Billy.

«Faccio un giro in moto, gliela riporto e torno a casa a piedi.» Disse Matt.

«Perché non vieni con noi, non è detto che si combini qualcosa.»

«Invece sì, credo che siano in buca per tre giorni.»

«Davvero?»

«Credo proprio di sì. Divertiti e fa' attenzione a Chip.»

«Lo farò, ciao.»

Billy stava per andare ma Matt lo trattenne. «Non dirò nulla a Monica.»

«Ti illudi, Matt.» Disse Billy sorridendo. «Ti illudi.» Ripeté.

Quando Matt rientrò nella sua camera, il ronzio della ventola numero 4 lo rassicurò: il suo cluster stava lavorando. Si divelse le scarpe da ginnastica nere e le buttò sotto il letto. Sedette alla postazione numero 2 e accese il monitor che gli mostrò il suo programma di filtrazione operare in alcuni siti web.

Matt aprì una finestra di ricerca off-line e digitò “Ionoforesi” come criterio di ricerca. Il computer cominciò ad elaborare e nel frattempo lui si spogliò per indossare la maglietta e i calzoncini da notte.

La ricerca produsse un lunghissimo elenco di indirizzi internet. Scelse alcuni indirizzi fra i più accreditati in base alla valutazione a stelle da lui stesso ideata e li inviò via e-mail a Chip.

Spense il cluster e si coricò.

4

L'uomo osservò i due ragazzi entrare e percepì il loro ribrezzo, riconobbe il mingherlino e pensò che almeno quello dovesse essere abituato. Nel suo animo si rallegrò che la cicatrice che lo segnava di sguincio vicino all'occhio destro mettesse in soggezione la gente. Lasciò che girovagassero fra le fila di cianfrusaglia elettronica.

Fatta eccezione per un tipo sul fondo, il magazzino era deserto. Chip era tre fila a destra, nello scompartimento dei circuiti stampati recuperati da oggetti rotti. Billy si dilettò ad immaginarsi in un gran supermercato anziché in un cimitero di stereo, cellulari, lettori mp3, personal computer e qualsiasi altra cosa avesse un circuito stampato. L'idea gli era venuta guardando Chip aggirarsi fra il ciarpame come una massaia che, cercando il pesce più fresco o il prodotto più conveniente, avrebbe inesorabilmente finito per acquistare qualcosa di indispensabile ma che, chissà perché, non era nella lista della spesa.

«Hai preso tutto, cara?» Chiese Billy giungendo alle spalle dell'amico.

«Questi circuiti possono tornarmi utili.» Si giustificò Chip. «Tu, piuttosto, hai trovato il Beep-Beep

«No.»

«Visto! Che ti dicevo?»

«Chip, devo spiegarti tutto come ieri sera.» Si incamminarono. «Sapevo che non avrei trovato il Beep-Beep, mi fido della tua capacità di cercare in mezzo a queste discariche di silicio. Ti ho chiesto di portarmi dal rigattiere più strambo che conosci per un altro motivo, e forse abbiamo fatto centro.»

Arrivarono al bancone del rigattiere e Chip cominciò a posare i circuiti. Non aprì bocca e non guardò l'uomo in faccia, la cicatrice gli faceva sempre una strana impressione.

«Senta,» disse Billy, «il mio amico mi ha parlato bene del suo magazzino, ma non ho trovato ciò che cerco.»

«Nessuno è perfetto.» Replicò l'uomo con indifferenza e disse il totale a Chip.

«Non è la perfezione che cerco, ma qualcosa che non può essere esposta in pubblico.»

«Se cerchi armi, ragazzino, sei capitato nel posto sbagliato. Qui ho solo roba elettronica.»

«Io sto cercando un PNS randagio.»

«Randagio?»

«Senza configurazione o formattato.» Precisò Billy.

«La HOB Medicines fornisce quegli aggeggi già configurati e se li riprende quando non servono più. Non è roba che può finire in magazzini come questi.» L'uomo mise i soldi di Chip in cassa e spinse la merce verso di lui.

«Conosce qualcuno che ce ne può procurare uno? Qualcuno che la rifornisce spesso?»

«Qui la gente va e viene. Non esistono fornitori abituali.»

«Uno sforzo.» Billy allungò venti dollari sul bancone. «Ho bisogno solo di un'indicazione per continuare a cercare.»

L'uomo prese la banconota e la pose nel registratore di cassa, esitò sulla risposta da vendere.

«Puoi chiedere a Jim, quel ragazzo laggiù. Mi vende molta roba.» Disse.

«Cosa le fa pensare che possa procurarci un PNS?»

«È l'unico stupido che conosco che farebbe un tentativo.»

Billy si avviò in direzione del ragazzo.

Chip gli corse dietro. «Non dovremmo mettere in mezzo altri sconosciuti.» Disse bisbigliando.

«Di che ti preoccupi? Sta' tranquillo, lascia parlare me.»

Jim era sudaticcio ed un po' intontito, come se non si fosse svegliato ancora del tutto da un incubo. Aveva i capelli sudici, le occhiaie, le labbra screpolate e la barba incolta. Indossava abiti sgualciti.

«Ciao Jim, io sono Joe e lui Mike.» Disse Billy. «Il tizio al banco ci ha mandato da te.»

«Perché?»

«Perché tu forse puoi aiutarci.»

«Come?»

«Stiamo cercando un PNS senza configurazione o formattato. Puoi procurarcelo?»

Il ragazzo parve pensarci su. «Posso provarci.» Si asciugò il sudore dalla fronte con la manica della maglietta. «Quanto mi date?»

«Cento dollari.»

«Centocinquanta e ci rivediamo qui fuori fra tre giorni alle nove di sera.» Disse il ragazzo.

Come ogni pomeriggio, Matt si era rifugiato nella sua camera per studiare e di tanto in tanto sbirciava i monitor del suo cluster.

Suo padre irruppe nella camera senza preavviso e con stessa veemenza lo schiaffeggiò. La guancia bruciò.

«Non ti permettere di picchiare tua sorella una seconda volta.»

«Ti ha raccontato tutto di ieri sera?»

«Porta ancora il segno come lo porterai tu. Questo mi basta.»

«È ovvio.» Disse Matt con tono forte e chiaro.

«Non mi piace la tua insolenza, Matthew. Da oggi toglierò corrente a tutta la casa dalle dieci e mezza. Ti conviene salvare i tuoi programmi per quell'ora.»

«Signorsì Signore!» Esclamò Matt facendo il saluto militare.

Il padre se ne andò sbattendo la porta.

In quell'istante squillò il cellulare, Matt aprì la comunicazione, lo portò alla guancia ed imprecò per il rinnovato dolore. Lo spostò all'altro orecchio e rispose: «Ciao Billy.»

«Cos'era?»

«La gioia di sentirti. Cosa mi racconti?»

«Mi devi dieci dollari e fra tre giorni me ne dovrai altri settantacinque.»

«Che hai fatto?»

«Ieri sera ho notato che Chip non ci sa fare con le ragazze anche quando gliela offrono. Ho dovuto spiegargli un paio di cosette...»

«Non vedo cosa c'entrano i miei soldi.»

«Ci arrivo: ho pensato che non sapesse, anche, rimediare un Beep-Beep randagio. È come procurarsi della roba. Non puoi andare in giro a chiedere a voce alta “Scusi, lei vende l'erba? Ne vorrei venti grammi.” Devi trovare lo spacciatore e saper sussurrare. Insomma, Chip si è fatto il giro dei suoi rigattieri limitandosi a cercare senza chiedere, non sa sussurrare...»

«Tu invece...?» Lo pungolò Matt.

«Mi sono fatto portare da un rigattiere in particolare, ho provato a sussurrare e con un'informazione da venti dollari sono arrivato ad un tizio che fra tre giorni potrebbe venderci un Beep-Beep a centocinquanta dollari.»

«Ben fatto, ma perché sovvenzioni ancora il cinquanta per cento di queste mie spese.»

«Matt, te lo dico per l'ultima volta e non farmelo ripetere mai più. Tu sei mio amico e se cerchi un'informazione preziosa, io voglio essere lì con te quando la troverai, anzi voglio aiutarti a trovarla. È la nostra natura.»

5

Jim si svegliò dopo dieci ore di sonno come se non avesse dormito affatto. I vestiti gli si erano appiccicati addosso per il sudore, alcune zone della pelle si erano arrossate per la pressione dovuta alla postura. Non ricordava affatto di essersi coricato, come non ricordava quale giorno del mese fosse né da quanti giorni fosse in astinenza poiché non riusciva più a rimediare soldi per il nettare. Era stanco. Aveva sete e aveva bisogno di una vera dormita. Mille aghi gli infilzavano ripetutamente il cervello rendendolo un colabrodo, i pensieri gli colavano via.

Eddy non gli avrebbe certo affidato delle dosi per spacciarle; non l'aveva più fatto da quando Jim si era iniettato una dose senza pagarla. Jim ne aveva avuto così tanto bisogno che non aveva saputo resistere. Ora ne aveva bisogno di più, mille volte di più, una per ogni ago. Tornare da sua madre non sarebbe servito. Sua madre aveva finito la compassione e l'avrebbe cacciato di nuovo piangendo e senza dargli un soldo.

Perché doveva soffrire mentre c'erano tanti altri che consumavano il nettare senza dover battere ciglio? I genitori pagavano loro cibo, abiti, scarpe; davano loro la paghetta settimanale non sapendo di arricchire gente come Eddy poiché controllavano l'analisi patoneuronica e tutto era normale. Il PNS non rileva il nettare nell'organismo. I figli erano felici, i genitori erano felici. Lui no. Si dice che il nettare sia la sintesi artificiale di neurotonici naturali che provoca lo sballo come se uno fosse felice perché la vita gli va tutta giusta, ogni tassello nel punto esatto, una cosa che non capiterà mai. Non a lui.

La lingua impastata rivendicava acqua, lungo tutto il corpo Jim avvertiva la sensazione di essere stato masticato più volte e sputato sul letto, niente andava per il verso giusto, nulla lo appagava eccetto il nettare. Barcollava fra quella accozzaglia di roba che arredava il suo piccolo appartamento in stile caos. La vista era obnubilata. Più volte fu sul punto di inciampare o sbattere e raggiunse il lavello del cucinino tentoni. Calò la testa nella vasca quadrata, grigio-metallo, opacizzata dal calcare. Jim era in una posa innaturale da struzzo, aprì l'acqua e torse il capo a destra e a sinistra per rinfrescarlo tutto fino al collo. L'acqua gli diradò la nebbia dagli occhi, un numero pressoché nullo di aghi scivolarono giù per il condotto di scarico. Bevve a garganella molta acqua, chiuse il rubinetto e tornò ritto. Alcune gocce gli colarono giù per il corpo. Si asciugò il muso con la manica della maglietta e si voltò verso la camera.

Lanciò lo sguardo verso ogni possibile recondito angolo della stanza, non vedeva ciò che cercava e desiderò possedere la vista a raggi X che non aveva. Tornò verso il letto rovesciando qualsiasi cosa potesse celare il dispositivo, cominciò a far volare indumenti sporchi alle sue spalle come la terra sollevata da un cane che raspa il terreno. Un calzino finì sul frigorifero vuoto, una maglietta nel lavello, un'altra andò contro una parete producendo un tonfo che lo distolse dalla ricerca. Si precipitò sulla maglietta e la rivoltò finché non apparve il suo PNS.

Spiò il livello di Dyelin attraverso la finestra graduata sul fianco del dispositivo. Ce n'era ancora per un paio di giorni, tre al massimo, per una patoneuroscopìa di tre ore giornaliere, ma la patoneuroscopìa non gli serviva più. Non poteva dirgli che stava male più di quanto egli non avvertisse già e le cure sarebbero state solo palliativi. Indossò il dispositivo, allacciò il cinturino, premette il pulsante per l'avvio e cominciò a contare.

1...2...3...4... Sulla nuca il formicolio di dieci... 5... 6... 7... cento formiche pazze, solo una sostanza che si diffonde nel sistema... 8... 9... 10... la sensazione di intrusione... 11... 12... 13... Boom! L'esplosione dei sensi. L'acme dell'appagamento mentale e dissoluto dei suoi desideri. La musica risuonava nella sua testa... 14... come anche la voce calda di lei che gli sussurrava nell'orecchio lambendolo con le labbra dal rossetto brillante come le luci stroboscopiche che a lampi gli mostravano il torrido demone lussurioso che lo possedeva attorcigliandosi a lui come una serpe; palpabile e titillante, lo stringeva tanto stretto da permettergli di assaporare sulla pelle il suo sudore salino e tanto vicino da poter ascoltare il suo profumo “mela del peccato”. Stava peccando di tutti i peccati capitali eccetto l'invidia. Le persone intorno a loro erano insignificanti. Uno schiocco di dita e non sarebbero più esistite, quella discoteca sarebbe diventata il suo Eden. 15... Nonostante la donna lo stesse dominando, egli aveva il potere di capovolgere i ruoli, farla sua, permearla. Egli aveva il potere... Satana, Dio e Adamo nello stesso istante e nello stesso corpo, poteva staccarsi tutte le costole...

Spense.

Ogni volta era come scattare una fotografia ad un soggetto in movimento, bisognava individuare il momento giusto prima di perderlo per sempre. Tutti quelli come lui sapevano che il momento esatto arriva circa due secondi dopo il “Boom!” Il motto era “quindici secondi e spegni” poiché il Dyelin che pervade il corpo per quindici secondi desta gli effetti del nettare sopito nel sistema nervoso abbastanza per scattare una fotografia inestimabile e troppo poco per creare un album fotografico insipido. Quella fotografia polisensuale ristora il parassita per una buona mezz'ora, finché l'effetto svanisce come una gomma da masticare che perde sapore. Il corpo smaltisce il Dyelin molto prima e assumendone altri quindici secondi, fintantoché c'è nettare in circolo, si scatterebbe una nuova fotografia.

6

Agnes si svegliò con il viso rivolto verso l'interno della camera, preferiva di gran lunga le giornate in cui guardava fuori dalla finestra. La prima cosa che mise a fuoco fu il PNS che giaceva sul piano della scrivania.

Il rettile possedeva un corpo esile e squadrato, con un solo orifizio e un solo bulbo oculare metallico ed esanime, gli arti erano diversi: i superiori erano due sottili zampe lunghe e arcuate al termine, gli inferiori due tentacoli flosci capaci di strozzare.

Distolse lo sguardo e si recò in bagno, fece la doccia in silenzio e tornò nella camera.

Sedette dinanzi alla scrivania e premette il pulsante di avvio del computer. L'accappatoio bianco le avvolgeva il corpo nudo, asciutto, pulito, scevro di germi ma non proprio immune. Avvicinò le dita alla nuca e percepì le formiche anche sotto i polpastrelli. Non si sbagliava: per quanto si strofinasse ogni mattina, loro erano lì e non sarebbero andate via mai più. Migliaia di formiche operaie che si accalcavano e affondavano le loro microscopiche zampette pelose nei pori e si susseguivano sulla cute vellicandola. Un brivido corse giù per la schiena.

Nolente prese il PNS, pose le stanghette sulle orecchie e il dispositivo penzolò dietro la testa. Cominciò ad allacciarsi il cinturino al collo, il freddo della semisfera metallica che si incuneava in corrispondenza del forame magno si intensificò. La nuca fu oppressa dal dispositivo.

Accese il PNS. Per i primi secondi, le formiche festeggiarono una rimpatriata convulsa con le nuove venute: il formicolio si concentrava sulla nuca e la faceva rabbrividire. Sul monitor del computer, una finestra con il logo della HOB Medicines si aprì annunciando la presenza di un segnale proveniente da un PNS. L'utente era stato identificato come “BGR Agnes” e bisognava inserire la password per accedere al programma di gestione del PNS.

Digitò la sua password ed in breve il monitor si riempì di tante piccole finestre che mostravano i dati della patoneuroscopìa in atto nel suo corpo.

I propriocettori riportavano lo stato di rilassamento dei muscoli. La circolazione sanguigna era regolare e all'unisono con il battito del suo cuore. Il nervo vago amministrava con efficienza la respirazione. Il metabolismo basale era irregolare, a causa della sua inquietudine psichica, ma all'interno delle tolleranze. Il sistema endocrino era operativo, efficace e ben coordinato con i centri ipotalamici.

Sebbene non comprendesse tutte le centinaia di dati forniti dai nervi afferenti, non c'era nulla di cui preoccuparsi: il programma non riceveva alcun dato patognomonico, altrimenti avrebbe aperto un'apposita finestra popup.

Tuttavia, Agnes non si sentiva bene. Spense il PNS e se lo sfilò.

Si vestì fiaccamente, tornò in bagno a lavarsi il viso e soprattutto la nuca di nuovo, dopodiché andò in camera di Elizabeth.

Elizabeth aveva disfatto le lenzuola in maniera caotica, forse il suo sonno era stato agitato ma ora non più: dormiva tranquilla e beata. Il naso premuto contro il cuscino ricordava molto un grugno, la rendeva comica senza farle perdere la grazia e la bellezza che la caratterizzavano. Agnes sarebbe rimasta a guardarla dormire per sempre poiché sapeva che ella sognava ed è per questo, si disse, che i genitori amano osservare i propri figli dormire: li sanno al sicuro e felici nei loro sogni.

Agnes le carezzò i capelli e non seppe resistere alla tentazione di scostarli per spiare la nuca: era normale, dal colore omogeneo, Liz era sana. «Sei la cosa migliore che mi sia mai riuscita.» Le sussurrò per destarla. Elizabeth si svegliò e sorrise nel vederla accanto a sé.

«Ciao mamma!»

«Ciao cara, dormito bene?»

«Moltissimo.»

Agnes lanciò un'occhiata eloquente verso le lenzuola in disordine inducendo Liz a guardare in quella direzione.

«Oh, no, mamma! Non preoccuparti. È perché abbiamo corso sul prato. Sai, ho sognato che eravamo in quel quadro fatto a puntini con le signore eleganti in riva alla Senna, quello che... aiutami...»

«Ho capito: la “Domenica alla Grande Jatte” di Seurat.»

«Sì, proprio quello.»

«Su! Ora in piedi, dormigliona! Fa' la doccia mentre ti preparo la colazione.»

«Prima rifaccio il letto.»

«Lascia stare.» Disse Agnes posandole una mano sul braccio come per fermarla.

Quel breve contatto fu sufficiente per capire che sua madre, come ormai da giorni, era inquieta. Non tremava, ma Elizabeth percepì l'inquietudine, era una sensazione che solo una figlia è capace di captare.

«E tu, mamma? Hai dormito bene?»

«Non ho sognato, ma non darti pensiero.»

«Mamma, promettimi che ti farai vedere da un medico oggi.»

«Non occorre che...»

«Mamma?» Disse Liz con il suo tono perentorio così odioso e al contempo affabile.

«Solo se ti sbrighi e arrivi puntuale a scuola.» Disse Agnes sorridendo.

«Affare fatto!» Disse Elizabeth. «Preparami la colazione allora, non è giusto che tu mi faccia perdere tempo.» Aggiunse mentre sorridendo sospingeva sua madre fuori dalla camera.

Il medico terminò la visita scocciato, Agnes glielo lesse in faccia prima di scendere dal lettino.

Fare visite manuali con fonendoscopio, “dica-trentatré”, palpazioni, “fa-male-qui?”, sfigmomanometro e tutto il resto dell'armamentario era una pratica ormai molto rara, ma ancora un diritto dei pazienti benché non fosse più necessario che si ingegnassero a spiegare i loro sintomi a parole. Per tale motivo, infine, il dottore la invitò ad accomodarsi di fronte a sé per esaminare il suo stato di salute attraverso il patoneuroscòpio. Le porse il lettore ottico e lei vi premette sopra il pollice destro. In pochi secondi, il computer sulla scrivania cominciò a ricevere i dati dal PNS che lei indossava. Il medico lesse i dati mentre Agnes si guardava intorno in balìa dei propri pensieri. L'ambulatorio sembrava diverso dall'ultima volta che c'era stata, forse il dottore aveva sostituito la libreria o le cornici dei suoi attestati, magari le tende alla finestra o gli infissi.

«È tutto sotto controllo.» Commentò il dottore a un certo punto.

«Che dice? Dovrei far vedere l'apparecchio a un centro assistenza?»

«Perché? Non restituisce mica dati anomali.»

«Sì, ma non dice nemmeno perché mi sento così stanca e pigra, perché non dormo bene e perché nelle ultime tre settimane ho vomitato quattro volte.»

«Mi faccia controllare la sua anamnesi, giusto il tempo di collegarmi alla P.A. Net... Quando ha aggiornato l'anamnesi l'ultima volta?»

«Questa mattina ho fatto un'analisi ma non ricordo se ho inviato i dati alla rete...»

«Non fa niente.» Disse il dottore con un tono compassionevole. Poco dopo soggiunse: «Qui c'è tutto quello che mi serve sapere.»

«Che significa?»

«C'è scritto che lei ha subìto una lieve contusione al capo.»

«Ma senza nessun danno permanente.» Si affrettò a dire Agnes, non voleva passare per pazza.

«Signora mi creda, non è mai possibile affermarlo al cento per cento e poi c'è anche l'abuso di Dyelin...»

«Abuso?»

«Sì: una prolungata somministrazione di Dyelin, causa delle piccole chiazze sulla nuca.»

Agnes ricordò di dover mentire. «Ah, sì, sì. All'inizio mi capitò di usare troppo l'apparecchio.»

«Per quello sente fastidio ad ogni avvio del patoneuroscòpio.»

«E il resto?»

«Credo sia una conseguenza di tutto lo stress che il suo corpo è costretto a sopportare.»

«Cosa posso fare, dottore?» Chiese Agnes quasi supplicando.

«Non deve sottoporsi a patoneuroscopìa per una settimana, eviti lo stress e si rilassi. Le psiconevrosi, ovvero i disturbi generati da conflitti interiori, non sono scandagliabili con il patoneuroscòpio o curabili con un semplice farmaco, ma incidono sull'opinione che abbiamo del nostro stato di salute, fino anche ad influenzarlo. Le consiglio di farsi una bella vacanza appena possibile anziché arricchire qualche psicoanalista invano.»

Agnes era irritata dal fatto che le avesse dato della pazza stressata con mezzi termini, ma andò via con il serio proposito di applicare le prescrizioni del medico. Ciò che la preoccupava, però, era che avesse dovuto ricorrere alla menzogna per avere la cura giusta, sempre che lo fosse. Si ripromise di controllare tutti i documenti clinici che aveva in casa per rammentare con esattezza quale fosse la menzogna all'origine della sua anamnesi digitale.

Una volta a casa, si chiuse in bagno. Agnes provava pudore per quel suo passato. Sedette sul coperchio del water con la vecchia scatola di scarpe che aveva sottratto dal nascondiglio fra le coperte pesanti nel suo armadio. La scatola conteneva tutt'altro che bei ricordi e fra le tante carte trovò la cartella clinica relativa al ricovero nel Centro Medico HOB. Una relazione riferiva il suo falso abuso di Dyelin e riportava gli ottimi risultati dei vari esami a cui era stata sottoposta dopo la disintossicazione. In un attimo ricordò tutta la menzogna e ricordò anche che essa era l'unica verità accettabile. Sempre meglio della depressione in cui era caduta dopo l'incidente.

Un incidente d'auto come ne capitano pochi, affinché si sappia che la sorte è ironica. Tornavano da un fine settimana passato a casa di sua madre, un'occasione per far sì che la nonna lontana si riempisse di gioia e di orgoglio ad avere con sé la nipotina di tre anni. Era un pomeriggio di inverno umido e ventoso, e aveva appena smesso di piovere. Samuel guidava in modo accorto ma nessuno avrebbe mai potuto prevedere che una folata di vento aizzasse contro il loro parabrezza un frisbee dimenticato in un giardino e la frenata d'istinto facesse slittare la macchina sull'asfalto bagnato fin contro quel palo di corrente. Lì dove Samuel morì lasciandole sole.

Cominciò a lacrimare piano, a occhi chiusi, in preda alla nostalgia di suo marito e dell'affetto di cui lei e Liz erano state private. Pianse a lungo.

Dovette asciugarsi in fretta le lacrime quando sentì Liz rincasare, ripose tutto nella scatola e corse fuori dal bagno. Liz aveva fatto tappa nella sua camera per lasciare lo zaino. Agnes si diresse in camera da letto dove si prodigò per celare la scatola nel medesimo nascondiglio dov'era rimasta fino ad allora. Incrociò Liz uscendo dalla camera da letto.

«Ciao mam... Cosa è successo? Cosa ti ha detto il medico?»

«Che non è niente di grave. Devo seguire semplici regole e starò meglio.»

«Perché piangi allora?»

«Piango di gioia, piccola mia.» Disse Agnes con un sorriso. Strinse a sé Liz e ripeté: «Piango di gioia, piccola mia.»

7

Matt chiuse il libro annoiato e lo mise da parte. Raggiunse la tastiera del suo numero 3 e cominciò una sessione di CryMes, il suo messenger occulto e criptato.

Willie> willie è qui, c'è nessuno?

La risposta non arrivava, come non era arrivata la prima volta che aveva avviato il messenger.

Era una applicazione ad accesso limitato come un club privato, in cui le comunicazioni erano criptate. Per poter scaricare una copia del programma e crearsi una password di accesso alle discussioni era necessario “districare” uno dei file-invito che Matt aveva disseminato lungo diversi percorsi secondari, quelli bazzicati da hackers come lui. Nessuno si era mai fatto avanti con l'intenzione di scambiare informazioni. Alcuni l'avevano deriso, altri avevano solo domande. Quando Matt stava per rassegnarsi all'idea che nessuno avesse qualcosa da rivelare sul conto della HOB, un tale rispose.

La risposta giunse ora come allora. Era diventata la prassi per salutarsi.

MainBT> Nessuno no, MainBT sì.
Willie> sei ancora libero?
MainBT> Dovrei ridere?
Willie> sforzati perché sto per farti mangiare un boccone amaro
MainBT> Sarebbe?
Willie> ho trovato un antesignano
MainBT> Come si chiama?
Willie> piano amico tu hai le tue informazioni riservate io le mie
MainBT> Puoi provarlo almeno?
Willie> ho visto i sintomi che mi hai detto
MainBT> Niente prove tangibili, giusto?
Willie> giusto
MainBT> Come pensavo, non ti viene il dubbio che possa aver inventato tutto per divertirmi?
In fondo, non vedo cosa ci sia di male se alcuni soffrono qualche malanno ma hanno la possibilità di individuare le malattie serie con precisione e addirittura riuscire a prevenire gravi danni al fisico.
Willie> mi sono accertato perfino delle macchie quelle non sono malanni comuni sono proprio come me le hai descritte!!!!!!!!!!!!!!!!!!! è difficile credere che tutto questo non sia reale
MainBT> Potrebbero essere effetti collaterali di una intolleranza al Dyelin, ci hai mai pensato?
Ha le allucinazioni dermatozoiche?
Willie> sono convinto che le abbia
MainBT> Te ne ha parlato?
Willie> no
MainBT> Come vedi non hai niente, quei sintomi possono significare qualunque cosa, è come parlare a un ipocondriaco: riscontreresti qualunque cosa io dica.

Matt spinse indietro la sedia e scattò in piedi irritato. Non sapeva più né cosa fare né cosa pensare. Afferrò una delle minuscole palle da basket da sotto il letto e cominciò a giocherellarci mentre andava da un lato all'altro della sua camera. Il piccolo canestro appeso alla porta non gli interessava affatto. Ripensò alle innumerevoli conversazioni avute con il MainBT. Tutte le volte che avevano dissertato sul passato della Patoneuroscopìa e del PNS, quello gli aveva raccontato parecchie cose, la maggior parte delle quali, seppur con qualche difficoltà, Matt era riuscito ad accertare. Ogni volta il MainBT gli aveva fatto intuire che aveva informazioni ancora più importanti, fino a che non gli propose il patto: se Matt avesse trovato prove dell'esistenza degli antesignani, il MainBT le avrebbe scambiate con le informazioni riservate che possedeva.

Matt scaraventò la palla verso il letto che attutì il colpo, poi tornò a sedere davanti al pc e rispose.

Willie> brutto lamer ho sacrificato la mia vita per questo e ora mi vieni a dire che è tutta una balla
MainBT> Primo: non credo tu abbia mai avuto una vita soddisfacente, altrimenti non saresti qui a rincorrere i tuoi fantasmi.
Secondo: hai accettato il patto consapevole che non sarebbe stata cosa facile e comunque io non ho ancora guadagnato nulla a tuo discapito.
Terzo: non ho detto che è una balla. Qui si tratta di informazioni preziose e compromettenti, credi che possa trasmetterle al primo che capita? Devo sincerarmi che tu sia affidabile. Solo se riuscirai a trovare le prove necessarie, potremo arrivare ad uno scambio e potrai capire le informazioni che ti darò. Ho già detto troppo.

8

Il giorno prima era stato un fiasco.

Questa mattina si era iniettato quindici secondi di Dyelin quattro volte e a quell'ora del pomeriggio non soffriva più tanto della carenza di nettare, ma sapeva che il bisogno sarebbe tornato. Per rendersi presentabile e lucido così come adesso camminava per strada, aveva dovuto consumare la razione di Dyelin sufficiente a sopravvivere alla carestia per due giorni e nel suo PNS non ne rimaneva molto.

Il giorno dopo avrebbe dovuto consegnare un PNS che non aveva ancora. Non che scarseggiassero. Gran parte della popolazione ne possedeva uno e in molti non si vergognavano a indossarlo per strada.

Camminava contento poiché, nonostante non avesse il PNS, la vivida perspicacia conferitagli dalle somministrazioni mattutine gli aveva permesso di mettere a fuoco il problema. Non doveva trovare un ago in un pagliaio. Come in discoteca con le ragazze, il problema non era trovare le galline nella fattoria, ma trovare quella che gli desse le uova d'oro.

Un cicalino frinì alla sua sinistra ed un ragazzo serrò i denti mentre si aggrappava alla t-shirt di Jim con gli occhi sbarrati e le pupille nere che imploravano aiuto. Il ragazzo svenne e quasi portò giù con sé Jim tenendolo per la maglietta. Un uomo in abito formale con giacca, cravatta e ventiquattrore aiutò Jim ad adagiare il ragazzo per terra.

Un capannello si formò intorno a loro.

«Ma che diavolo!» Esclamò Jim. Il ragazzo svenuto non lasciava la presa e lo costrinse ad abbassarsi di fronte all'uomo d'affari.

«Sta avendo una crisi epilettica.» Disse l'uomo.

«Quando mi lascerà andare?»

«Presto.» Rispose l'uomo sorridendo. «Appena si riprenderà.» Aggiunse.

«A me non sembra che si stia riprendendo. Per me questo muore.»

«No, si riprenderà presto.»

«Sei un dottore?» Chiese Jim.

«No, ho un figlio epilettico e grazie al PNS sappiamo che sta avendo una crisi prima ancora che lo sappia lui stesso. È una fortuna che li abbiano inventati, il nostro medico dice che vengono programmati in base all'epilessia sofferta e possono rilevare anche le più insignificanti aure epilettiche.»

Il ragazzo cominciò a dimenarsi e l'uomo gli fermò la testa mentre pregò Jim di stare attento alle braccia e alle gambe. Un rigagnolo di bava sgorgò dalla bocca del ragazzo svenuto, il quale, alcuni istanti dopo, si acquietò. I suoi muscoli si rilassarono. Lasciò la presa.

«È finita.» Spiegò l'uomo d'affari.

«Non ne potevo più.» Disse Jim riordinandosi la maglietta. «Io me ne vado.»

Si fece largo fra la gente e si incamminò. Pensò che non avrebbe esitato a derubare il ragazzo, se questi fosse svenuto in un vicolo deserto.

Una voce richiamò la sua attenzione, Jim si voltò. Il ragazzo epilettico uscì dal crocchio, lo raggiunse e lo ringraziò.

«Prego.» Disse Jim compiaciuto e confuso al contempo.

Riprese a camminare con una nuova serie di pensieri in testa. La gallina dalle uova d'oro forse non esisteva: tutti i PNS in circolazione erano configurati ad uso esclusivo del proprietario. Chissà cosa gli sarebbe successo se avesse usato il PNS di quel ragazzo anche solo per quindici secondi. Decise di soprassedere. Era di buon umore e non voleva guastarselo. La prospettiva di guadagnare centocinquanta dollari era così allettante che valeva la pena spendere tempo a cercare anziché rimuginare sul PNS di un epilettico.

I PNS sono un'invenzione così remunerativa che si racconta siano protetti da qualsiasi spionaggio industriale. Le fabbriche consegnano gli esemplari ai Centri Medici HOB che li attivavano in occasione della configurazione. Nessun intermediario. Jim non credeva possibile rubare un PNS attivato ma non configurato da un centro medico perciò rimanevano solo i centri assistenza tecnica. Ce ne era uno sulla 51esima strada ed è lì che Jim andò.

Al principio i centri assistenza tecnica eseguivano solo piccola manutenzione e costituivano il punto di riferimento più vicino per gli utenti del PNS, poi, in aggiunta, cominciarono a vendere anche accessori: cinturini alla moda, con i brillantini, in caucciù, in pelle, in argento, in oro; stanghette colorate ed anche cover e astucci in diverse fantasie, pseudo-graffiti e griffati.

«Revisione completa.» Disse la commessa. «Il condotto del Dyelin non era affatto ostruito, signora Ba...»

«Grazie.» La donna sembrava imbarazzata. Lasciò le banconote, prese la busta e guadagnò in fretta l'uscita.

Una coppia di adolescenti stava davanti un espositore intenta a scegliere i cinturini da scambiarsi come segno d'affetto.

Jim si rivolse alla commessa: «Ho bisogno di alcuni chiarimenti per registrare un nuovo PNS.»

«Un attimo, le chiamo il responsabile.»

Pochi minuti dopo, un uomo corpulento e barbuto con piccoli occhi neri si fece avanti.

«Piacere, Noah Yuther.» Disse stringendogli la mano.

«Piacere, Jim.»

Yuther lo condusse nel suo ufficio. «Si accomodi, come posso aiutarla?»

«Voglio acquistare un nuovo PNS. Potete ritirare il vecchio e configurare il nuovo con quello?»

«Nessun problema a ritirare il vecchio: è uno dei nostri compiti, ma non possiamo fare la configurazione. Non abbiamo la strumentazione necessaria.» Sembrò quasi dispiaciuto dal dover ammettere tale particolare. «I centri medici HOB fanno il grosso del lavoro, noi vendiamo e facciamo manutenzione. Non lo sapeva?»

«Credevo si andasse al centro solo la prima volta.»

«No. Le cose stanno così. Noi ritiriamo il vecchio PNS e curiamo le pratiche per cancellarlo dalla Public Anamnesis Net. Lei ordina qui quello nuovo e noi lo facciamo recapitare ad un centro medico a suo piacere che glielo configurerà con un semplice esame neurologico.»

«Quanto tempo ci vuole fra la cancellazione e la configurazione del nuovo?»

«Ci vogliono due giorni per cancellare un PNS e quattro o cinque giorni per la consegna del nuovo.»

«Che fine fanno i dati nel PNS?»

«Vengono cancellati in base alla normativa sulla privacy con la formattazione del dispositivo.»

«Lo formattate qui?»

«No. Il PNS viene spedito a uno stabilimento HOB. Lì viene formattato, ma non deve preoccuparsi, i PNS viaggiano sicuri. Senza il suo codice d'accesso o il suo vivo pollice su una piastrina bio-ottica e un'autorizzazione come quelle usate dai medici non è possibile recuperare dati dal dispositivo. Inoltre i PNS sono dotati di un meccanismo anti-effrazione che manda tutto in cortocircuito.

«È più tranquillo adesso?»

«Sì, potrei vedere qualche modello?»

«Certo.» L'uomo prese un catalogo da un cassetto e glielo porse.

Jim cominciò a sfogliare il catalogo con finto interesse mentre il consulente non dovette fingere indifferenza. Non c'erano luoghi diversi dai centri assistenza tecnica dove comprare un PNS, perché il ragazzo sarebbe dovuto uscire dal suo per recarsi in un altro? Non c'era concorrenza.

Jim recitò un po' di indecisione.

«Vorrei provare questo qui per sentire come mi sta, è possibile?»

«No.» Disse il responsabile ridendo piano e composto, ma comunque tenendosi il ventre con le mani come se si stesse sbellicando. «Non abbiamo PNS qui. È come chiedere all'ottico di installare le lenti che le venderà su ogni montatura che intende provare... insomma, ciò che lei deve provare sono i sostegni del PNS... se ne vuole di nuovi, si intende.»

9

Era notte inoltrata. La lucidità stava passando come passa una sbornia: con malessere e capogiri. In genere, quando una sbornia passa, arriva la lucidità, ma quando è la lucidità a passare, non arriva l'euforica ebbrezza bensì la dissennatezza.

Camminava adagio perché il suo cervello era lento ad elaborare ciò che faceva. Ad un tratto gli sembrò di essersi perso. Non riconosceva le persone, non riconosceva la strada, non riconosceva le insegne dei negozi, non riconosceva i palazzi. Raggiunse una panchina e sedette, chiuse gli occhi per alleviare la mente dall'onere di dover cercare associazioni utili all'orientamento. Pensare gli faceva male. Si turò le orecchie perché stava cominciando a concentrarsi sui rumori e sul blaterare dei ragazzi che andavano raccogliendosi agli angoli delle strade o presso le entrate dei locali notturni.

Rimase così per pochi minuti, finché non si accorse che era inutile. Il suo cervello continuava autonomo a lavorare e a fargli male benché lui non si sforzasse di capirne le elaborazioni: erano inintelligibili. Tanto valeva soffrire immagini e suoni in cerca di qualche associazione.

Si alzò e riprese a camminare senza orientamento, percorreva le strade come fosse in un labirinto: sapeva qual era la sua mèta ma non sapeva come arrivarci. Fece il giro dell'isolato un paio di volte, ma solo infine riconobbe la panchina e capì di stare girando invano. Allora cominciò a correre in direzione opposta voltandosi a guardare la panchina, non la perdeva di vista, la usava come punto di riferimento: finché fosse riuscito a vederla, avrebbe saputo di non essere più lì ma in un posto differente, e non avrebbe potuto ripassarci vicino poiché vedeva dove essa era. La panchina era lontana ed egli non poteva andare oltre senza che scomparisse alla sua vista, si voltò e prese ad esaminare l'incrocio dinanzi a sé. Le strade erano diverse, non le si poteva confondere, ma niente gli suggeriva quale fosse quella giusta. Sapeva che quella da cui era venuto era sbagliata, ma solo perché c'era una panchina che gli si ripresentava. Il dubbio lo assalì, osservò la panchina e si impaurì, tornò a guardare la diramazione e cercò di riflettere sulla sua destinazione. Scelse la strada che sembrava divenire più buia, più malandata, e si avviò.

Dopo cinque isolati sempre peggio ridotti, il suo sguardo si soffermò sul numero civico di un complesso di appartamenti il tempo necessario perché l'associazione arrivasse. Il palazzo di Eddy! L'aveva trovato! Entrò e corse su per le scale, fino al terzo piano. Si fermò dinanzi alla porta C4 e si guardò intorno, sorrise perché riconosceva tutto. Bussò: tre colpi rapidi, quindici secondi di silenzio, due colpi lenti.

Jim stava per ripetere la bussata, ma udì la serratura che veniva azionata. Eddy aprì la porta tanto quanto la catenella permetteva e lo spiò dall'alto in basso.

«Cazzovvuoi?»

«Fammi entrare... mi serve...»

«I soldi?»

«No, ma...»

Eddy gli chiuse la porta in faccia. Jim percosse la porta.

«Torna quando avrai i soldi!» Urlò Eddy da dentro.

Jim riprese a percuotere con più violenza e la reazione di Eddy fu immediata: spalancò la porta e con entrambe le mani prese Jim per la maglietta e lo scaraventò nella camera. Jim cadde sul pavimento sotto lo sguardo dei tre ospiti che gli voltarono le spalle, riuscì solo a vedere i pacchi bianchi sul tavolo. «Mi serve un PNS...»

Eddy sbatté la porta con una manata e si avventò sul nuovo venuto, lo sollevò e lo spinse a forza nel bagno. «Non fiatare.» Scandì puntandogli un dito contro, poi lo chiuse dentro.

Jim sedette per terra contro la parete e chiuse gli occhi, rassegnato a dover aspettare che dall'altra parte i grossisti concludessero la consegna a Eddy. Si stirò la maglietta con le mani domandandosi perché avesse deciso proprio oggi di mettere la sua t-shirt preferita e cercò di non pensare a null'altro. Quando comparvero i tremiti, si mise nell'angolo sgombro della camera, tese le braccia contro le pareti e spinse affinché si fermasse tutto.

Minuti dopo, Eddy venne a liberarlo. «Non t'azzardare più a farmi una cosa del genere.» Disse.

«Scusa Eddy, scusa, ma devi ascoltarmi.» Disse Jim rialzandosi mentre Eddy tornava in soggiorno.

«Non sono il tuo prete, niente soldi niente roba. Non faccio carità, non faccio credito.» Disse Eddy e sedette a tavolino per disfare i pacchi. «Vattene!»

Jim si accomodò al tavolo e guardò le fiale di nettare per un istante interminabile. Eddy se ne accorse e cominciò a disporre le fiale vicino a sé. Ciò che attraeva Jim, però, era una fiala aperta, vuota per metà, accanto alla siringa con cui Eddy si era somministrato quella dose. In tal modo il nettare entra in circolo in minor tempo, molti altri preferivano mischiarlo al Dyelin per intensificare il boom. La fiala era molto vicina, Jim avrebbe voluto rubarla e scappare, ma non avrebbe risolto i suoi problemi.

«Domani avrò i soldi.»

«Torna domani.»

«Non ci arrivo a domani. Dammi almeno una mano a trovare un PNS non registrato.»

«Sai che me ne frega.»

«Con i soldi posso comprarti il nettare, aiutami.»

«Lo vendo ad altri. Vattene!»

Jim si fece pensieroso, a Eddy sembrò che stesse cercando altre ragioni da usare. Jim afferrò la fiala aperta e corse via facendo cadere la sedia, forse a mo' di ostacolo nel caso Eddy l'avesse inseguito.

10

Si svegliò e, sollevando poco il capo, si guardò intorno. Fatta eccezione per il letto dove lui giaceva, sua moglie aveva rassettato la camera senza svegliarlo. Era giorno inoltrato, ma le tende chiuse gli avevano permesso di continuare a dormire. La luce soffocava dietro la stoffa mossa dal vento, ne vedeva gli spiragli. L'aria era fresca e asciutta. Un incubo. Credeva che non si sarebbe mai svegliato. Gli incubi come l'inferno, pensò, sono sempre molto allettanti, in tutti i sensi.

Allungò un braccio fino al comodino e prese il telefono cordless, la sveglia a fianco segnava le 10:48 di sabato. Compose il numero e dovette aspettare cinque squilli prima che qualcuno rispondesse.

«Pronto?» Chiese la donna con tono lieto mentre, in sottofondo, invitava qualcuno a star fermo con le mani.

«Ciao Catherine, sono io.»

«Ciao George, come va?»

«Come al solito.» Rispose guardandosi i piedi. Visti al di là della spalliera del letto sarebbero apparsi come burattini. L'alluce del piede sinistro, che muoveva in su e in giù, sembrava annuire.

«Mi spiace davvero di non poterti aiutare.»

«I tuoi modelli non hanno ancora previsto un caso come il mio?»

«Facciamo test tutti i giorni e non è ancora successo. Se fosse successo, ti avrei chiamato.»

«Scusami, non volevo insinuare che...»

«No, scusami tu per avertelo lasciato credere. È normale che tu abbia voluto chiamare, è molto che non ci sentiamo, il lavoro mi impegna parecchio.»

«A proposito, come procede?»

«Bene.» Disse Catherine. «Nel giro di qualche mese completeremo una nuova release.»

«Ancora I/O?»

«Sì.»

«Chi lo ha deciso?»

«Come “chi lo ha deciso?”» Il tono era neutro, per niente seccato. «Nessuno ha deciso di studiare una versione read-only, semmai.»

«Già... Puoi passarmi Vincent?»

«Perché pensi che Vincent sia qui con me?» Chiese Catherine stupita.

«Sei una donna adulta, libera, intelligente e... Vincent ha buon gusto, devo ammetterlo.»

«Ma...»

«Dai! Tubavate di nascosto quando ancora ero nei laboratori.» Disse George. «Non vergognarti o dimmi che non è Vincent.» L'alluce del piede destro gli formicolava.

«Ciao George, sono proprio io.» Disse Vincent. «Siamo in vivavoce.»

«Ciao Vincent, tutto bene?»

«Non potrebbe andare meglio, dimmi di te.»

«La debolezza è svanita. La settimana scorsa ho rifatto l'elettromiografia, i risultati sono soddisfacenti. Se era sindrome di Lewis Sumner, l'intervento tempestivo di fisioterapia e immunoglobuline ha sortito l'effetto voluto...»

«Ma?» Chiese Vincent.

«Ma non sono convinto. L'intermittenza, il problema di fondo, persiste con intervalli di tempo maggiori: i nervi motori della gamba funzionano e non funzionano senza nessuna causa apparente. Se mi va bene, posso stare in piedi per ore e correre finànche, ma non sono ancora riuscito a individuare nessuna causa esogena che mi costringe, poi, a zoppicare o dovermi servire della sedia a rotelle. Ho letto da qualche parte che la CIDP con un deficit asimmetrico è molto più frequente della LSS...»

«Non è il tuo caso,» disse Vincent, «anche la gamba sinistra ne avrebbe dovuto risentire. Il deficit asimmetrico nella CIDP è detto così perché prevale in una parte più che nell'altra e la differenza può anche essere minima. Nel tuo caso non sussiste alcun differenziale che possa giustificare questa CIDP: la tua gamba sinistra funziona benissimo. Non vedo a cosa ti serva cercare alternative alla LSS, nessuna neuropatia conosciuta annovera il sintomo dell'intermittenza da te descritta.»

«Già. Nella gamba destra, però, resta sempre l'iperalgesia al di sotto del ginocchio.»

«Non è detto che le cose siano collegate e comunque nella LSS è previsto, anche se raro, il coinvolgimento delle funzionalità sensoriali.» Precisò Vincent.

«Non mi convince lo stesso.» Riprese George. «Per due motivi. Primo, le neuropatie immuno-mediate come la GBS, la CIDP e la LSS sono in genere precedute dai cosiddetti fattori scatenanti: vaccinazioni, infezioni... da patologie che intaccano il sistema immunitario e gli fanno colpire i nervi periferici... oppure da alcune complicazioni, lo sai bene, è la tua materia; e a me non capitò nulla del genere. Secondo, sono persuaso che il problema sia di tipo funzionale e non neuropatico. Al principio e più volte, mi sono sottoposto a biopsia del nervo, puntura lombare, analisi del sangue e delle urine. Non sono mai risultati vasculiti, depositi di amiloide, infezioni o infiammazioni né difetti genetici. Quindi se non era nemmeno LSS...»

«Perché funzionale, allora?» Chiese Catherine.

«Perché sono cosciente degli impulsi che invio al mio corpo affinché muova la gamba: sento formicolare e i muscoli restano inerti. È una sensazione che ho imparato a simulare nelle mani. Penso di dover distendere le dita per indicare un numero e allo stesso tempo mi impongo di non dischiudere il pugno, le dita formicolano e devo distenderle per farle smettere. Nella gamba il formicolio termina quando smetto di volerla muovere.»

Vincent tentò la simulazione. «Io non ci riesco.» Disse.

«Perché pensi solo al numero, non a volerlo rappresentare. Ci vuole allenamento, ma potresti riuscirci.»

«Sai cosa mi fa venire in mente?» Disse Catherine.

«Il periodo refrattario relativo?» Disse George.

«Sì,» rispose meravigliata la donna, «come se l'impulso che invii non fosse sufficiente a...»

«Non esistono periodi refrattari relativi tanto lunghi e poi...» Stava ribattendo Vincent.

«Non essere rigoroso.» Disse George. «Pensa in senso lato, metaforico se vuoi, come fa Catherine. La mia ricerca si concentra su due punti: una sorta di periodo refrattario relativo oppure un impulso motorio autonomico che inibisce i miei impulsi motori volontari.»

«Come troverai la risposta?» Chiese Catherine.

«Trovando quel maledetto bug di quella stramaledetta versione del software che testai. È stato quello a stravolgermi il cervello.»

«Da quando hai lasciato i laboratori,» disse Vincent, «diversi bug sono stati scovati e corretti. Nessuno finora giustifica il tuo stato.»

«Lo so. Consulto gli aggiornamenti sul server aziendale ma continuo a lavorare sulla vecchia versione. È in qualche istruzione di quella versione che io figuro come lo zero a denominatore che genera l'eccezione.»

«Io sono un semplice neuropatologo, non un programmatore.» Disse Vincent. «Che significa?»

«È un paragone.» Intervenne Catherine. «Se c'è una negligenza nel controllo dei dati tale da permettere una divisione per zero, questa divisione genererà un'eccezione: un errore.»

«Proprio così.» Disse George. «Se troverò il bug, troverò la mia peculiarità. Capirò perché sono l'unico zero, finora

«Buona fortuna.» Gli augurò Vincent.

«Riguardati.» Disse Catherine.

«Grazie... ciao.»

L'alluce del piede destro annuì, infine.

Prese il bastone adagiato al fianco del comodino e zoppicò fin nella camera attigua, il suo studio. Anche quello era stato pulito e riordinato, i testi di medicina usati la sera prima erano stati impilati in un angolo della grande scrivania con i segnalibri degli “Animaniacs”, regalo di suo figlio, inseriti nei punti in cui aveva interrotto la lettura. Il blocco degli appunti era in cima.

George scorse il proprio riflesso nel monitor del pc mentre indossava il PNS nero ammaccato, lo stesso PNS che usò la prima volta a casa, dopo il lavoro, per eseguire un semplice tracciamento degli impulsi motori volontari in concomitanza delle funzioni corporee autonome.

Aveva sempre immaginato il coordinamento vegeto-motorio del corpo umano diverso da quello che appariva con la patoneuroscopìa, ma non scoprì solo questo. Il ricordo di ciò che avvenne e che sarebbe potuto avvenire di nuovo lo intimoriva. Il software del PNS generò un'eccezione che gli provocò una scossa alla gamba destra con un temporaneo tic al piede. George scaraventò il PNS contro una parete.

Se oltre ad un impulso motorio fosse stato adulterato un impulso vegetativo, George sarebbe morto o non l'avrebbe mai saputo: asintomatico.

Tre settimane dopo l'incidente, con il manifestarsi delle prime incapacità motorie, gli fu diagnostica la LSS, l'unica che potesse spiegare i sintomi senza che fossero trovate cause chiare. Esistono neuropatie che guariscono con la rigenerazione dei nervi e le cui cause, come l'ischemia, possono sparire prima che siano riconosciute, ma l'intermittenza, a volte molto rapida, non era mai scomparsa. Soffriva di una neuropatia di cui non si conoscevano le cause: idiopatica.

La parete fu stuccata e ridipinta, e George prese ad esaminare il programma e il suo corpo alla ricerca del bug.

All'epoca George non esitò a collegare il PNS al computer, ora esitava sempre.

Avviò il programma di analisi.

11

La zona dei magazzini si trovava nella periferia della città. L'oscurità era turbata da vecchi lampioni, alcuni funzionavano a tratti. La desolazione che si leggeva sui muri imbrattati e fatiscenti degli stabilimenti rendeva il luogo alquanto inospitale e la desertificazione tipica di quell'ora creava una quiete malsana che Billy e Chip avvertirono subito.

Quando avvistò i due ragazzi, Jim aspettava ormai da mezz'ora. Era arrivato in anticipo e nell'attesa aveva acceso il suo PNS. Non per sballarsi ma per calmare la tensione, dopo i 15 secondi – che gli avevano suscitato una fotografia scialba – il Dyelin lo rilassava.

Il corpulento trasportava una borsa mentre l'altro continuava a guardarsi intorno. Jim fece loro un cenno con la mano come fosse in un posto affollato e altrimenti non lo avrebbero notato. Appena furono vicini, tirò fuori da una tasca un PNS.

«È un vecchio modello, ma non avete detto che...»

«Fammi vedere.» Lo interruppe Chip prendendo l'apparecchio.

Jim si cacciò le mani in tasca e cominciò a dondolare sul posto, sudaticcio. Seguì l'ispezione senza mai staccare gli occhi dal PNS.

In effetti era un vecchio modello, tenuto bene. C'era qualcosa che stonava, ma Chip non riusciva a capire cosa fosse. La piastrina metallica riluceva ancora. La finestra graduata era pulita e ci si poteva vedere attraverso: nessuna fiala di Dyelin era stata introdotta. Il vano batteria era vuoto, eventualità prevedibile. Chip prese la batteria che aveva portato con sé e la inserì. Jim cominciò a dubitare che fosse uno scambio veloce.

Billy, nel frattempo, aveva aperto la borsa e aveva avviato il suo notebook.

«Accendo?» Gli chiese Chip.

«Un attimo,» disse Billy, «sto verificando i segnali bluetooth... Eccoci. Tu devi essere “TSB Jim”, giusto?»

«Sì.»

«Accendi.» Disse Billy.

Chip premette il pulsante di accensione.

«Niente.» Disse Billy dopo aver verificato. Spense il computer e lo rinchiuse nella custodia. Porse la borsa all'amico e soggiunse: «Fa' vedere.»

Billy eseguì la sua ispezione: soppesò l'apparecchio e per un attimo guardò nell'imboccatura per il Dyelin come stesse guardando con un cannocchiale. Anche in pieno giorno, la luce che filtra dalla finestra graduata non permette di vedere fino in fondo. Con la mano libera prese la confezione monodose di Dyelin che aveva in tasca, inserì la fiala nella cavità fino a farla bloccare e premette il pulsante di avvio. Parve non succedere nulla. Avvicinò il PNS all'orecchio e premette il pulsante più volte. Nulla. Capovolse l'apparecchio e lasciò cadere la fiala sul palmo della mano. La sommità della fiala era integra.

«Non hanno ancora riprodotto i nuovi modelli o questi erano in saldo?» Disse Billy. Poi spinse addosso a Jim il PNS e la fiala, riprese la sua borsa e si incamminò. Chip gli andò dietro.

«Aspettate, aspettate!» Disse Jim fermandoli. «Ho bisogno di quei soldi.»

«Non abbiamo chiesto un giocattolo.» Disse Billy.

«Mi serve più tempo. Ancora un giorno. Cosa vi costa? Non posso mica rifilarvi un altro giocattolo.» Disse Jim e gettò via il finto PNS che aveva rubato.

Billy lo fissò. «Domani qui, alla stessa ora.» Disse. «A mani vuote non ti presentare, risparmiaci la tua faccia una seconda volta.» Riprese a camminare e Chip insieme a lui.

Jim si tolse il PNS dalla nuca e guardò nella finestra graduata: il Dyelin era finito, l'apparecchio non ne aveva segnalato la mancanza perché i condotti erano ancora pieni. Estrasse la fiala vuota con la sommità perforata e inserì quella piena. L'apparecchio avrebbe forato la fiala alla prima accensione. Indossò il PNS senza azionarlo.

Giocherellò con la vecchia fiala, si malediceva per non averci pensato.

Ci si poteva sottoporre a patoneuroscopìa solo dopo i diciotto anni e sempre che ci fosse il nullaosta di un centro medico HOB che configurerebbe il PNS dopo specifiche analisi. Il miglior modo per sviare i bambini dal proposito di indossare ciò che ormai era uno status symbol e imitare genitori e fratelli maggiori era non sviarli affatto, ma illuderli. Nei PNS giocattolo le fiale non si bucavano e contenevano acqua, incolore come il Dyelin.

In quell'istante si rese conto che era stato inutile implorare la proroga di un giorno. Non avrebbe mai trovato un PNS non configurato, ma se l'avesse trovato, glielo avrebbero dovuto pagare. Anche questa sera. Quindi avevano il denaro addosso.

Li vide in lontananza che stavano svoltando, buttò la fiala per terra e corse per poterli raggiungere, per seguirli. Alla prima occasione li avrebbe derubati, anche del computer.

Con l'avanzare fra quartieri sempre meno malfamati, le occasioni scarseggiarono fino a non esistere. I due bussarono alla porta di un casa in un viale alberato. Un ragazzo aprì la porta e li fece entrare.

Un appostamento in quel quartiere era impossibile, non c'erano luoghi dove potersi nascondere e fermo dietro un albero avrebbe insospettito qualche vicina spiona e pettegola. Inoltre non aveva alcuna voglia di aspettare, chissà quanto.

Li avrebbe derubati l'indomani.

L'estratto finisce qui.

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